L’essenza dell’ India

Varanasi è India allo stato puro. Capire questa città, vuol dire comprendere l’essenza dell’ India stessa e dei suoi abitanti con le mille sfumature e contraddizioni che la contraddistinguono.
Tra le sette città sacre indiane, la più importante. Quella dove morire è un onore, perché grazie alle sacre acque del Gange si pone fine al ciclo delle reincarnazioni a cui l’uomo è sottoposto. Per questo la città pullula di sadhu. Di asceti dalla lunga barba ed i lunghi capelli, vestiti con semplici sari spesso di color arancione, con la faccia cosparsa di cenere, per ricordare Shiva, il dio distruttore nato proprio nelle acque di questo fiume. I sadhu non hanno un posto dove vivere, né dove dormire. Il cielo è il loro tetto, i gath del Gange il loro letto. Non hanno legami con nessuno, lasciano la famiglia, i parenti e gli amici, per vivere una vita in solitudine, lontano da ogni desiderio carnale e materiale. Vivono con le offerte dell’elemosina che ricevono. Stop. Questa è la loro vita. Preghiera ed elemosina. Sulle rive del fiume sacro.
E quando alla sera tirano fuori dalla loro sacca quel pezzo di stoffa sulla quale si adageranno per dormire o per pregare, magari affiancati da un magro cane randagio che rappresenta l’unico legame sentimentale terreno, mi accorgo della naturalità con la quale avviene il tutto. Della dignità con cui questa gente affronta la povertà.
In questo caso per i sadhu è una scelta di vita. Ma la stessa dignità che hanno loro, si ritrova anche in tutte quelle persone che vivono sulla strada in India. Chiedere l’elemosina non è un’ azione di cui vergognarsi, è naturale se si è nati in un certo modo, in una certa casta, in un determinato contesto sociale. E dare l’elemosina è altrettanto naturale, è un buon samskara (gesto) che determinerà in maniera positiva il Karma. La povertà è vissuta con una naturalezza sconcertante. Non c’è stupore, non c’è disincanto. C’è la consapevolezza di ciò che si è, senza pretendere di più. Non c’è rabbia né ribellione contro il destino. Nascere in un modo, e morire in quel modo. Senza né volere né aspettarsi di più. Fatalismo e passività. Per me una rassegnazione destabilizzante a ciò che è la vita, per loro un prendere coscienza di ciò che si è, e cercare di viverlo nel miglior modo possibile.
All’ inizio non condividevo questa loro filosofia, perché io sono completamente l’opposto, sempre alla ricerca di un perché, di una spiegazione, sempre a lottare per un obbiettivo da conquistare. Certo è che con questa filosofia alla “chi si accontenta gode”, loro soffriranno meno di una come me che segue la dottrina del “se puoi sognarlo, puoi realizzarlo”. Ma personalmente non mi fa paura soffrire, non mi fa paura cadere, non mi fa paura illudermi. Mi fa più paura pensare che un giorno potrei voltarmi indietro e vedere che ho percorso una strada piana, senza salite né discese, senza fiori, né alberi, né panchine, né polvere, né sassi. Mi fa più paura capire di non aver mai lottato abbastanza per realizzare i miei sogni. Mi fa più paura rassegnarmi alla vita.
Ma in realtà l’induismo non è nè rassegnazione, né fatalismo come sembra.
Mi ci è voluto un po’ ad entrare nella loro mentalità. Non è facile digerire l’indifferenza della gente che cammina tranquillamente sullo stesso marciapiede dove risiedono intere famiglie. Nè tanto meno è facile capire perché i genitori di quelle famiglie che abitano sui marciapiedi, abbiano già deciso il destino dei loro figli, accettando questa vita anche per loro,senza lottare per dare alle loro creature un futuro diverso, migliore. Una strada a senso unico, senza incroci, senza bivi, senza deviazioni. Non è facile capire come nel 2015 ci siano persone che non possano scegliere.
Per loro questo modo di vivere rappresenta un percorso che deve essere affrontato per raggiungere il loro fine: così come si nasce, così si vive, così si muore. Perché siamo un passaggio in questa esistenza, in questa vita. Ciò che si è, è stato determinato da noi stessi nelle vite precedenti, e ciò che saremo sarà il frutto dei nostri pensieri, delle nostre azioni di questa vita. Solo agendo e pensando disinteressatamente, si raggiunge il moksha (liberazione dal ciclo delle reincarnazioni). L’obbiettivo è porre fine al samsara (ciclo delle reincarnazioni), che segna il compimento di un lungo cammino evolutivo fatto di cicli e vite: la liberazione dalla schiavitù del proprio ego.
L’India va vissuta sotto quest’ottica, va osservata con questa lente. Quello che si vede non è passività, ma è un percorso che la gente deve affrontare per raggiungere il fine ultimo di un’antica religione-filosofia, che non ha né messia, né profeti, nè rivelazioni, ma che ha una storia antica tanto quanto la Terra.

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