Pagodinho e cervejinha gelada

Quando arrivai a Salvador il trambusto fu relativo, perché comunque il Carnevale era già finito da qualche giorno. Ma perlomeno potevo visitare questa splendida città in tutta (più o meno) tranquillità.
Il centro storico di Salvador de Bahia è semplicemente meraviglioso. Dallo stile coloniale, dal fascino un po’ decadente, disseminato di decine di chiese di una “Nossa Senhora di qualcosa”, con case dai colori vivaci che rendono le vostre foto una cartolina, è chiamato Pelourinho; ed è patrimonio mondiale dell’umanità , tutelato quindi dall’ Unesco. Visitarlo è una esperienza mistica. Ad ogni angolo della strada troverete le baiane, donnone dalle forme generose e dalle evidenti discendenze africane, nei loro enormi vestiti bianchi (effetto Mami -Via col vento), mentre cucinano qualche prelibatezza esotica da mangiare per strada…Questo si che è street food!! Oppure ragazzi dal fisico perfetto, in cerchio mentre ballano la capoeira, la danza degli antenati, degli schiavi africani, sulle note del birimbau, un curioso strumento che solo in Brasile se lo potevano inventare, suonato a pochi passi di distanza dall’esibizione. Canti religiosi che echeggiano nelle deliziose chiese, meninos (bambini) mulatti con il loro capello encaracolado (ricciolo) che si muove al vento, mentre giocano a pallone indossando le maglie del Botafogo, o dei Corinthians o del Milan. Si dice che tra le vie del Pelourinho si pratichi il candomblè, ovvero della magia bianca derivante dai riti wodoo della cultura africana d’occidente. Sono danze in cui le danzatrici vestite in candidi abiti bianchi, cadono in trance per ricevere gli spiriti degli orixàs. Purtroppo non ho avuto modo di assistere a questi suggestivi riti che si svolgono in case dette Terreira, aperte a volte anche agli estranei. E’ una delle cose che mi sono ripromessa di fare in assoluto.
La città infatti ha un’anima africana, proprio perché i suoi abitanti sono per la maggior parte discendenti degli schiavi africani portati in questa zona dai portoghesi nel 1500. L’eredità lasciata è stupefacente: dall’architettura, alla musica, alle danze, al cibo, ai riti religiosi e non, si può respirare Africa ovunque in un’ atmosfera mistica, esuberante ed unica nel suo genere. Al calar del sole iniziano ad animarsi i diversi localini, semplici e senza pretese, dove però probabilmente trascorrerete delle serate indimenticabili.
Non esagero se vi dico che proprio nel pelourinho, ho passato una delle più belle serate della mia vita. Quello che si presentava ai miei occhi era un locale senza fronzoli, con qualche tavolino fuori per poter mangiare prelibatezze della cucina bahiana, il tutto accompagnato da una cervejinha bem gelada, una birra ben ghiacciata- che in Brasile non può assolutamente mancare. All’interno intanto un signore stava accordando il suo cavaquinho, quando improvvisamente iniziò a suonare le prime note , accompagnato poi da altri strumenti. Una giovane ragazza dalla pelle color ebano, dai lineamenti tondi e dagli occhi allegri, stava sambando tutta sola a ritmo di quel pagode. Io mi alzai incuriosita. -“Nossa! (oh mio Dio!) Quanto vorrei sambare come lei!!”- pensai. Lei vide che la stavo guardando e senza farsi problemi mi porse la sua mano, invitandomi in pista. Le spiegai nel mio primordiale portoghese che io non sapevo sambare e lei mi disse “Divgarsinho divagarsinho vocè va apprender a sambar. faz o que eu faco“(Pian pianino imparerai, seguimi!)Mi dette la mano.Dovevo seguire i suoi i piedi e lasciarmi trasportare dal ritmo del pagode. E così feci. In men che non si dica fummo circondate da altra gente, la pista si riempì, e si formò un roda intorno a noi, con noi al centro appunto. Come funziona una roda? Chi è al centro è la star del momento, è l’anima delle danze, deve dare il meglio di se ballando, e quando poi pensa di aver conquistato chi sta intorno, scambia il suo posto con qualcun altro che sta nel cerchio, che a sua volta diventa la star di quel momento. Tutto ciò a ritmo di samba e pagode, con i migliori ballerini che abbia mai visto, e con la migliore compagnia che si possa desiderare. Quel piccolo e semplice localino si era trasformato in una fabbrica di divertimento e felicità per tutti noi. Loro forse erano abituati a tutto questo, ma io no. Quella gioìa, quell’atmosfera, quelle vibrazioni di positività di cui era pervaso quel posto, mi riempirono il cuore di serenità come poche altre volte mi era successo nella vita. Quella sera m’innamorai del Brasile , della sua gente e della sua musica. Quella sera capiì che per stare bene,serve davvero poco.
Purtroppo Salvador è anche altro. Fuori dal centro vidi bambini che dormivano sui cartoni per la strada. Fu la prima volta che vedevo una scena del genere.Mi turbò molto. I bambini in Brasile non hanno più nei loro occhi l’innocenza tipica dei bimbi: il loro sguardo rivela che hanno visto molto più di quello che dovevano vedere, per la tenera età che hanno. Già da piccoli si trovano a dover difendersi dalle sofferenze che la vita gli sta infliggendo. E ci provano. In un modo o nell’altro devono sopravvivere in quella giungla urbana. Niente più studio. Niente più divertimento. Per alcuni è già finito il tempo dei giochi. E il loro sguardo è uno schiaffo morale verso me, i turisti e questa comunità che a volte non riesce a prendersi cura dei suoi figli.
Appresi che una stessa medaglia poteva avere due facce, né dovevo odiarla né idolatrarla. Stava a me bilanciare quelle sensazioni, la felicità più assoluta, e lo sconforto infinito. Capiì che il Brasile per tutto il viaggio mi avrebbe regalato un sorriso, e subito dopo mi avrebbe dato uno schiaffo. Dovevo conviverci.
Arrivò però il momento in cui non ne potevo più di Salvador, letteralmente. Non ne potévo più dell’odore dell’olio di dendè nella quale le baiane friggevano l’acarajè, non né potevo più dell’odore di cui ogni strada era pervasa e che per me era diventato nauseante, non ne potevo più della papaya stramatura a colazione, non ne potevo più di vedere la povertà nella parte baixa della città, non ne potevo più dello smog e del rumore delle macchine.
Quando ritirai la mia macchina dall’autonoleggio, mi sentiì riavere. Avevo proprio bisogno di fuggire letteralmente da lì, di cambiare aria, dopo una notte in ospedale con la febbre altissima e due giorni rinchiusa in albergo a vomitare non so cosa più. Destinazione:Porto Seguro, dove mi attendeva un’amica brasiliana che aveva vissuto per un periodo in Italia. Mare quindi. Finalmente mare come dicevo io!! Non vedevo l’ora di arrivare. Solo che tra Salvador e Porto Seguro ci sono all’incirca 9 ore di macchina non propriamente raccomandabili. Ed io ero partita alle 5 del pomeriggio da Salvador. Praticamente arrivai alle 3 di notte a destinazione. In quella traversata notturna altamente sconsigliata (da fare di buio) mi successe di tutto di più: danno all’aria condizionata della macchina a causa dei dossi artificiali, che in Brasile (e poi ho constatato in sud America in generale) sono delle vere e proprie montagne, gomma bucata in mezzo al niente, causa cratere nella strada, uno dei tanti, preso per evitare un camion completamente contromano, che a sua volta stava evitando un cratere nella sua corsia. Morale della favola: attimi di panico, cuore in gola, e super rapido cambio gomma. L’indomani scoprì che nel posto dove mi ero fermata per il cambio gomma, avvenivano spesso assalti alle auto. Wow. Non ci potevo credere. Ero stata ferma lì al buio con la mia chevrolet a noleggio per ben 20 minuti….in balia del destino. Incredibile!!
Il resto del viaggio lo trascorsi sulle spiagge tra Porto Seguro, Arraial d’Ajuda e Ilheus. Spiagge bellissime e immense. Oceano di fronte. Cerveja alla mano, e gli ultimi successi del Carnevale appena passato che riecheggiavano dalle casse dei ciringuitos sulla spiaggia.
Così finì il mio viaggio. Era l’ora di riprendere l’aereo per Madrid. Non mi ero neanche imbarcata che già sentivo la saudade do Brasil. Dopotutto questo posto, con tutti i suoi pro e i suoi contro, mi aveva fatto scoprire un’altro pezzo di mondo destinato ad entrare nel mio cuore.

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