Vita da bikers in Rajhastan

Decidemmo di uscire alla scoperta di Jaipur con un tuc tuc. Enfy sarebbe stata più al sicuro nel garage dell’hotel.
Sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. E pensare che questa città era stata la mia prima scelta per farvi volontariato. Solo che l’associazione non aveva mai risposto alle mie molteplici email. E a questo punto dico- grazie al cielo!!! La pink city, chiamata così per i suoi innumerevoli palazzi rosa, tra tutti il particolare e bellissimo Palazzo dei venti, a mio modesto parere dà il meglio di sé leggermente fuori dal centro abitato. Probabilmente ero ancora scossa dall’esperienza avuta in moto, ma quello è stata l’unico posto al mondo che ho visitato senza camminare a piedi. Tre volte siamo scesi dal tuc tuc per fare delle foto, e 3 volte siamo stati importunati. Peccato, perché la Old city di Jaipur si presta bene per un itinerario a piedi semplice, che tocca tutti i punti di interesse del centro città e che si snoda tra i vivaci e colorati bazar. Ma quel giorno i bazar erano chiusi e per di più non mi sentivo al sicuro. Trovammo un po’ di tranquillità al tempio delle scimmie, un tempio abitato appunto da dispettose scimmiette, che si erge su una collina dominando la città.Dopo di chè fuori dal caos urbano. Fuori dalla città palazzi da mille e una notte costruiti in mezzo al lago, e un forte meraviglioso dalle dimensioni enormi che lascia a bocca aperta, gli sfarzi di un antico regno che si riflettono nelle acque intorno: il maestoso Fort Amber. Questa volta immagini di quell’India che vuoi, che non vedi l’ora di vivere: bambini e donne con il caratteristico bindi, nei loro sgargianti colorati abiti, in processione dietro un carro decorato con fiori, che dal megafono trasmetteva note di canzoni dallo stile tipicamente indiano. Canti, balli, e risate bloccavano il traffico ed emergevano inconfondibilmente dalla nube assordante dei clacson dei tuc tuc, mentre elefanti giganti con il volto dipinto di disegni, si facevano largo in mezzo al caos.

Era giunto il momento di lasciare Jaipur, alla volta di Pushkar. Lì avremmo deciso se proseguire o no il nostro viaggio in moto.
Sarò banale, ma Pushkar è senz’altro uno dei luoghi che più mi ha affascinato di tutta l’india, che più mi è rimasto nel cuore. Ma credo di non essere l’unica ad essere rimasta affascinata da questo magico posto, data la comunità di occidentali che vi risiede. E forse questa è un po’ la nota dolente. Il paese è piccolo ed ha tutto ciò che si può desiderare da un paese indiano: lago, Ghat, mucche per la strada, bazar, templi, colori, architettura “mille e una notte”, spazzatura q.b., traffico poco, caos inesistente, cucina buona. Poi però ci sono gli europei e gli australiani , di tre tipi: i fattoni tutti piercing-tatuaggi e rasta che penzolano ad ogni angolo della strada a causa della tanta maria che hanno fumato e del tanto lassi special che hanno bevuto, i santoni che non reggono l’anima con i denti da quanto sono stenti perché si nutrono solo di energia e luce, che camminano scalzi sulle cacche di mucche e sulla pipì degli indiani, per dimostrare un qualcosa che non so che, tipo che per loro i calzolai potrebbero chiudere. Ed infine ci sono i fattoni-santoni. Un mix dei due. Peccato. Sarebbe stato un posto carino per fermarsi una settimana a praticare yoga in qualche ashram. Già mi immaginavo come Liz in “Mangia, prega, ama” a litigare con me stessa durante gli interminabili minuti di meditazione in qualche isolata sala di qualche autentico ashram in un remoto luogo del Rajasthan. Ma quel luogo così carino non era poi tanto remoto, e le sale di meditazione sarebbero sicuramente state affollate dagli occidentali santoni-fattoni…e forse proprio per questo l’ashram in questione, non sarebbe stato così autentico. Non è una critica verso qualche stile di vita, anzi, io sono una dall’anima sostanzialmente hippy. Ma a volte certi stereotipi di life-style mi lasciano perplessa, perchè esasperati all’ennesima potenza. Comunque questo paese mi conquistò così tanto, che mi fece vincere tutte le mie paure: camminare di notte, farsi una benedizione induista con l’acqua di un lago-fiume sacro indiano, proseguire il viaggio con la moto. Avevamo deciso: Enfy sarebbe stata con noi per tutta l’avventura Rajhastan.

E in un itinerario che si rispetti in Rajasthan non può mancare Jodhpur. Con la sua magnifica fortezza che dalla sommità della collina protegge la città, è chiamata la blue city. Il colpo d’ occhio è straordinario: una città letteralmente blu grazie alla case dei brahmini dipinte proprio di questo tradizionale colore. La maestosa fortezza, il Mehrangarth, sembra un naturale prolungamento della collina su cui si erge. I suoi bastioni raggiungono i 30 metri di altezza e dominano incontrastati la città sottostante. Al tramonto assume meravigliose sfumature color ocra, e si presterà bene per un suggestivo set fotografico. Se nel Mehrangarth si respira un po’ di tranquillità, aspettate di vedere la old city. Un labirinto di stradine tortuose che si snodano tra edifici blu e fognature a cielo aperto, mentre il vostro tuc tuc dovrà evitare mucche da un lato e mucchi di spazzatura e risciò indisciplinati dall’altro, per condurvi nella graziosa piazza della Torre dell’orologio che a me personalmente, ha ricordato vagamente l’architettura delle Durbar squares nepalesi. Dominata dal colore marrone, questa piazza vi farà perdere la cognizione del tempo: sarete sopraffatti dal profumo degli incensi misto a quello delle fogne, dal brusio dei mercanti che tenteranno di vendervi ogni sorta di merce, dalla vivace folla che dà vita alla piazza. E quando il caos della old city vi avrà sopraffatto, ricaricatevi in una silenziosa sala da tè con un caldo e delizioso massala cha. Con la vostra rigenerante tazza in mano potete ammirare in totale tranquillità il brusio della gente che affolla le piccole strade.
Anche jodhpur aveva il suo bel caos, ma ormai ci eravamo ambientati alla vita del Rajasthan, e le paure del primo giorno erano un ricordo lontano. Io, Lore e Enfy eravamo un trio perfetto che divorava chilometri nel marasma stradale indiano. Ma questa è un’altra storia che mi riserverò di raccontarvi in un post a parte.

Dopo Jodhpur, eravamo incerti sulla destinazione. Potevamo proseguire verso Jaisalmer, ovvero verso il confine con il Pakistan, per esplorare il deserto e visitare il magnifico forte, oppure dirigerci verso il sud, a Udaipur, la città più romantica dell’India. Optammo per la seconda scelta, d’altronde il deserto e le dune le avevamo già viste in Marocco due mesi prima e arrivare fino a Jaisalmer, avrebbe significato rinunciare a delle tratte in moto a favore di un viaggio notturno in treno, per poter rimanere nei tempi di riconsegna di Enfy.
Udaipur ci accolse in un trambusto incredibile di persone, mucche e scimmie. Ma l’impatto fu fantastico. Adoravo quella città ancora prima di viverla. Ed avevo ragione.
La città si sviluppa sul lago Pichola, uno specchio d’acqua che “ospita” due palazzi-isola. Infatti i due edifici, tra cui uno degli hotel più lussuosi d’India, sembrano letteralmente galleggiare nell’acqua: l’effetto ottico è stupefacente! E non solo, lungo le sponde del lago vi sono palazzi meravigliosi, tra cui il City Palace, il palazzo più grande del Rajasthan, e haveli fiabeschi, che raccontano degli sfarzi dell’epoca dei marajha. Uno splendore. E la sera aumentano gli effetti speciali: nell’oscurità della notte e delle acque del lago, si riflettono le centinaia di luci che illuminano gli edifici intorno: una romantica “Venezia” indiana davanti ai vostri occhi. E potete godervi questo spettacolo dai molteplici ristoranti nelle terrazze sui palazzi che si affacciano sul lago. Ok, forse sono un po’ turistici, ma per una volta si può rinunciare all’autenticità del ristorante a favore dell’ incomparabile location. Se poi volete respirare un po’ d’India in tutta tranquillità, addentratevi nelle viuzze interne più distanti dal lago dove potrete ammirare i mille aspetti della vita indiana: botteghe artigianali, signori che svolgono antichi mestieri, signore che cucinano, altre che stirano sulla strada, fedeli che si preparano per andare al tempio a pregare, bambini che giocano a cricket… Uno spaccato di quel’ India destinato a rimanerti nel cuore.

Era giunto il momento di lasciare il Rajasthan, dovevamo però fare un’ultima tappa in quello stato prima di proseguire per l’Uttar Pradesh, alla volta di Agra. La tappa era nel Ranthambhore National Park per vedere le tigri. Questo tratto di strada ci mise a dura prova. In primis Lore ed io avevamo raggiunto livelli di stress elevati a causa delle condizioni del manto stradale. Per farla breve: 18 km in un’ora. E ne dovevamo fare 160 più. Eravamo letteralmente in mezzo al niente. Qualche sperduto villaggio di 10 anime ogni tanto, qualche bufalo sulla strada, qualche pastore con i loro greggi di pecore e qualche mucca. E ogni tanto qualche bambino che sbucava dai lati della strada per lanciarvisi stile Kamikaze. Poi c’era Enfy che cigolava ed emetteva rumori metallici ad ogni buca, cioè continuamente. E il rischio di forare in mezzo a un bel niente. E il sole cocente sulle spalle. E insetti che pungevano lasciando un prurito pazzesco. E Lorenzo che stava finendo tutta la pazienza rimasta dopo 7 giorni trascorsi sulle strade indiane. Ed io che per calmarmi dallo stato di ansia in cui stavo entrando, mi ripetevo a mo’ di mantra: “pian pianino ce la faremo, basta non perdere la calma”. Ed infatti alla fine ce la facemmo. Enfy resistette anche a quella tortura di strada. Riuscimmo ad arrivare in questo assurdo, sporco e polveroso paesino, dalla quale partivano le escursioni per il parco. Ma non vedemmo assolutamente niente, a parte un pavone e due cervi. Fu un’esperienza un po’ deludente. Perlomeno possiamo dire di averci provato a vedere le tigri. Sarebbe stato il non plus ultra se fossi riuscita a coronare anche questo sogno. Se volete fare questa esperienza vi suggerisco di andare in altri parchi, i migliori e quelli con più probabilità di avvistamenti sono nel Madhya Pradesh.

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