Emozioni sulla pelle

Quello che mi aspettavo dall’ India non lo avevo trovato né a Darjeeling, né a New Delhi. Ma lo trovai a Jaipur, il capoluogo del Rajasthan.
Non servì proprio a un bel niente aver immaginato quel momento nella mia mente centinaia di volte. Puoi provare a prepararti a certe immagini un’infinità di volte, ma non sarai mai pronto a sufficienza per viverle.
Me ne resi conto man mano che ci avvicinavamo a Jaipur: aumentavano le tendopoli sulla strada, fino a che improvvisamente scomparvero del tutto, per lasciare spazio alla gente che direttamente viveva sul marciapiede senza neanche un riparo. Mentre Enfy faceva lo slalom tra mezzi a due ruote, carretti, tuc-tuc, camion colorati, persone a piedi, mucche, cammelli ed anche auto, nel caos generale dello smog e dei clacson, io ero paralizzata da ciò che vedevo: davanti a me montagne di spazzatura sia al centro che ai lati della strada, bambini che ci giocavano sopra, ancora bambini, anziani, mucche e maiali che vi rovistavano dentro. Famiglie intere sui marciapiedi, persone letteralmente sdraiate in mezzo alla strada come se fossero svenute, davanti agli occhi indifferenti della gente, persone disabili o con qualche malformazione fisica che chiedevano l’elemosina bussando ai finestrini delle auto… Lore era tutto concentrato a guidare in quella giungla urbana dove la regola che regnava era: -nonesistonoregole- e se la stava cavando alla grande… ed io non potevo distoglierlo da quel’ impresa impossibile… ma non sapevo come fare a non dirglielo…Non era sicuramente il momento più opportuno, ma non riusciì a trattenere dalla mia bocca quelle parole che tanto temevo:
“Amore, non ce la faccio, non ce la posso fare!”.
“Sere, che vuoi dire??? Non ti senti bene? Hai visto quella persona morta sul marciapiede?”.
“?????????? Persona morta sul marciapiede?! No, non l’ho vista. Lore la moto non va, non va bene in questo paese. Siamo alla mercè di tutti. Guardati intorno: stiamo andando a passo d’uomo per il traffico, e ci sono mendicanti e ubriachi in mezzo alla strada. Non abbiamo protezione, non abbiamo un’auto. Noi siamo in mezzo a loro. Noi siamo loro.”
“Sere calmati. Arriviamo all’hotel e vediamo che fare”.
Così trascorsero quei 20 interminabili minuti che ci dividevano dal nostro hotel: mi immaginavo ubriachi con vestiti luridi e consunti, dall’ odore sgradevole che si avvicinavano alla nostra moto toccandoci e importunandoci fin chè non avessero ottenuto soldi. Oppure ragazzetti svegli che con il loro motorino si avvicinavano e mi tagliavano i lacci dello zainone che avevo sulle spalle. Quello dove era tutta la nostra vita: passaporti, telefono, soldi, carte di credito. Non successe niente di tutto ciò, a parte che, arrivati a destinazione, fummo importunati da due loschi e brutti ceffi procacciatori di clienti per qualche inesistente albergo, che volevano prendersi “gentilmente cura” della nostra moto mentre noi andavamo a fare il check in.
Sì, crollai. In albergo iniziai a piangere, con Lore che mi consolava tra le sue braccia. Non me la immaginavo in quel modo. O meglio sì, me lo immaginavo in quel modo. Ma non avevo mai considerato il fattore “moto”. Vedere certe immagini dal finestrino di un autobus, di un taxi o di un auto è diverso. E’ come un film che ti scorre davanti agli occhi, te sei davanti allo schermo, loro sono dietro. Te dentro. Loro fuori. Ma in moto non è così. In moto non ci sono schermi, non ci sono filtri, non ci sono film. E’ tutta realtà. Quella vita in quel momento è anche la tua vita. In moto vivi tutto all’ennesima potenza, il tuo corpo si impregna di immagini, colori, odori e rumori della semplice quotidianità. Era quello che mi era successo. Avevo vissuto la realtà indiana sulla mia pelle. E a questo effettivamente non mi ero preparata.

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