I sogni non sono solo desideri…

Come ci sente ad atterrare in India senza avere prenotato neanche un hotel per la prima notte, e senza avere quindi la minima idea di quello che fare? Sicuramente spaesati, e per un’ “ansiolitica” come me (dicesi ansiolitica, una persona affetta da esplosioni di ansia), notevolmente preoccupati. Forse in quel momento mi risposi alla domanda che si riproneva nel mio cervello mentre guardavo le nuvole sotto di me in aereo. Pensai:”No, ancora non sono pronta. Datemi altri due o tre giorni per ambientarmi, prima di immergermi nel caos cosmopolita indiano”.
Morale: non uscimmo neanche dall’aeroporto. Andammo dalla gentile signorina della JetAirways e comprammo due biglietti per Bagdora, l’aeroporto più vicino a Darjeeling.
Guardando la cartina Darjeeling non sembra neanche in India. Nello stato del West Bengala, in prolungamento quasi innaturale del triangolone indiano. Un braccio che si allunga verso la Cina, facendosi spazio tra Nepal e Buthan, ed apre la sua mano nel Myanmar. E la pittoresca Darjeeling rimane incastonata proprio tra le montagne himalaiane nepalesi e butanesi. Si respira un’ India diversa. Meno caotica, meno stordente, meno invasiva del resto della penisola. Protetta dalle distese di piantagioni di tè verde smeraldo, il famoso te’ di Darjeeling appunto, questo paese è un’oasi di tranquillità nel sub continente indiano. Famosa hill station dell’epoca vittoriana, Darjeeling era un vanto dei colonizzatori inglesi. Si può girovagare per i monasteri buddisti, si può ammirare l’alba sulla vetta più alta dell’India, nonché la terza del mondo, il Khangchendzonga, si può fare un giro sul mitico sbuffante e fischiettante trenino a vapore che conduce alla più alta stazione dell’India, si possono fare trekking sui sentieri himalaiani nei dintorni del paese, si può partecipare alla raccolta di tè in piantagioni private, e osservarne la lavorazione. E quando la stanchezza arriva, ad attenderci ci sarà sempre una fumante tazza di te’ dal sapore avvolgente.
Fu un’ottima scelta Darjeeling. Anch’essa era uno dei miei sogni e non mi sembrava vero essere riuscita ad arrivare fino a lassù, in quel mitico luogo. Inoltre ci servì come training per ciò che ci aspettava nel resto dell’India: uno spaccato della vita indiana, versione soft, che poi avremmo ritrovato elevato all’ennesima potenza.
Perfetto: adesso eravamo pronti per l’ India. Non c’era modo di prenotare un treno prima di due giorni, né per Varanasi, né per Delhi. Quindi di nuovo aereo. Delhi questa volta. Ancora un assaggio della pazzia dei conducenti indiani, con la quale avremmo poi dovuto convivere per il resto del viaggio, nelle tre ore di taxi che impiegammo per arrivare all’aeroporto.
Delhi non fu così sconvolgente come mi ero immaginata per tanti anni. Non era così sgarrupata come Kathmandu e Antananarivo, era frenetica più o meno come Bangkok, più metropoli di Hanoi, meno intricata di San Paolo, inquinata come Saigon. Insomma, niente di sconvolgente. Un misto di modernità e arretratezza, di palazzi reali e tendopoli, di super mall e bazar confusionari.
Ma la nostra sosta a Delhi aveva uno scopo ben preciso. Così dopo aver visitato sommariamente la città, ci adoperammo per ottenere ciò che cercavamo: la nostra nuova compagna di viaggio per i successivi 10 giorni. Un viaggiatore in più con noi? No: una moto. La mitica Royal Enfield. Moto inglese, prodotta in India, la moto indiana per eccellenza. L’Harley dell’ India. Girovagare per il rajasthan in sella a questo pezzo di storia indiana, era un altro sogno che si realizzava. Non mi sembrava vero. Due sogni, due tappe, due desideri diventati realtà.
Era la prima volta che mi trovavo di fronte a un tipo come Lalli, il signore che ci noleggiò la moto. Un indiano dall’umorismo incontenibile. Un omone sikh, dalla lunga barba bianca e la testa cinta da un turbante arancione, con sandali di legno stile olandese, con il passo un po’ dondolante, forse derivante da qualche incidente avuto proprio con la moto, che nel suo perfetto inglese dall’accento hindi, ci dette la nostra prima e unica lezione di guida teorica su strade indiane. Dopo una divertentissima ora passata ad ascoltarlo e a ridere a crepapelle per i bizzarri esempi di guida indiana che ci forniva, fummo pronti per il sacro rituale induista della benedizione. Io e Lorenzo ci guardavamo con gli occhioni interrogativi che ridevano, non so se più divertiti da quell’esperienza, o preoccupati per gli esempi di guida indiana che avevamo appreso nella nostra ora di lezione, mentre con il resto del viso cercavamo di mantenere un certo grado di compostezza.
Canto induista, omaggio di dolcetti a Ganesh, e ghirlanda floreale portafortuna per augurarci la buona sorte. E come da tradizione mia e di Lore che diamo un nome a tutti i nostri mezzi a motore, non poteva mancare il nomignolo alla Royal Enfield: Enfy, appunto.
Adesso avevamo tutto: moto con nome, valige, lonley planet e benedizione di Ganesh: pronti a tuffarci nel marasma indiano, alla scoperta del Rajasthan, uno degli stati più pittoreschi dell’ India. Pronti per realizzare un altro sogno.

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Canto induista, omaggio di dolcetti a Ganesh e ghirlanda floreale portafortuna per augurarci la buona sorte.

 

 

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