Finalmente Cambogia!

E’ arrivato il fatidico momento.

100 km ci separano dalla Cambogia.

Questa è l’ultima mattina che ci svegliavamo in Laos. Dò un bacio a Lore, rito propiziatorio prima di intraprendere una qualsiasi tratta. Mentre metto il casco, penso che ci stiamo accingendo a percorrere gli ultimi chilometri di questo meraviglioso paese, e non nego che un po’ mi dispiace. Partiamo sotto il sole cocente delle 9.30 del mattino. Ci impaniamo ben bene con la terra rossa dei 15 km di strada sterrata e poi di nuovo sulla strada n 13. Gli ultimi 80 km  scorrono davanti ai miei occhi come un film ed io non voglio perdermi neanche un secondo di quelle scene. Voglio impregnarmi per l’ultima volta  di Laos. Ma davanti e accanto a noi il niente. Né un paese, né una casa. Solo aridi campi e incendi. Una desolazione disarmante. Poi un’ ultima deviazione sulla sinistra prima di lasciare il paese: il tuffo del Mekong su più livelli non molto alti, una cascata che decreta l’ampliamento spropositato del letto del fiume, tanto che, da questo punto fino alla Cambogia, il fiume è costellato da 4000 isole. Il famoso arcipelago Si Phan Don, uno spettacolo unico. Poi ancora la strada numero 13.

Ci siamo quasi: posso intravedere la dogana laotiana. Sono emozionantissima. Lore rallenta gradualmente. Degli ufficiali con la divisa verde ci stanno osservando incuriositi, seduti su delle sedie di plastica malconce. Lore spenge  Jlo, ed io prendo tutti i nostri documenti e mi avvicino a loro, con un benevolo sorriso stampato sulla mia faccia. Devo nascondere il mio nervosismo per non so cosa. Poi improvvisamente iniziano  ad agitarsi e a parlarmi in un inglese improvvisato, indicandomi insistentemente la dogana cambogiana Una brutta sensazione mi pervade il corpo. Mi giro verso Lore spaventata. Entrambi realizziamo che non sarà così semplice come tra Thailandia e Laos.

Non dobbiamo fare altro che andare alla dogana cambogiana e chiedere se possiamo entrare con la moto, prima che ci appongano i timbri di uscita sul passaporto.

La strada tra le due dogane sembra infinita. Il sole cocente ci batte sulla testa. Il caldo rende insopportabile ogni singolo passo. Aggiungi l’ansia. Non solo quella mia, che sarebbe normale. Ma anche quella di Lore, che non è normale.Dice di avere delle brutte sensazioni. Eccola là , la dogana cambogiana. Davanti a noi gabbiotti sgangherati e sporchi e erbacce tra le mattonelle del pavimento. Stop. Una struttura vuota, abbandonata a sé stessa. Trovo un signore in borghese, che indossa un cappello che lascia intendere che sia un funzionario. Ringrazio Dio. Almeno abbiamo trovato qualcuno. “Good afternoon…” Niente. Il tipo non è altro che un contadino dei dintorni che porta in testa un vecchio cimelio di guerra e che sta cercando refrigerio all’ombra della tettoia di quel posto surreale. Inizia a parlare in una lingua incomprensibile. Cambogiano, immagino. E indica una direzione. Seguo con lo sguardo il suo dito e vedo una sdraio accanto a uno dei tanti gabbiottini. “oh si! C’è qualcuno!” Ci avviciniamo al tipo. E’ tutto concentrato a giocare con il cellulare. Lo salutiamo in cambogiano. Niente. Lo risalutiamo in inglese. Niente. Mi avvicino. Ecco che si gira. Fa una smorfia di disprezzo e controvoglia riposa il telefono in tasca. Si alza dalla sdraio ed entra nel gabbiotto. Con un sorriso a trentasei denti, scandendo lentamente in inglese, gli spiego il nostro caso, mostrandogli con soddisfazione tutti i documenti per espatriare Jlo. Mantenere la calma davanti al suo silenzio gelido e alla sua arroganza, è davvero difficile. Prende i fogli, dà un’occhiata veloce, e li lancia con disapprovazione sopra i nostri passaporti. “You can’t”, sono le sue uniche parole. Cosa??  Non possiamo? E perché mai? Iniziano così dieci minuti di disperate trattative e disparate sceneggiate: dal mio improvvisato e spaventoso linguaggio burocratico, a tentativi fallimentari di pseudo corruzione, per finire con un finto pianto di ragazza dai sogni infranti. Niente. Non riesco a scalfire la sua sensibilità. Forse perché una sensibilità non  ce l’ha. E il suo tono minaccioso non ci piace. Non vorremo ritrovarci in qualche cella risalente all’epoca di Pol Pot, se insistiamo. Ho deciso. Lo odio. Ci allontaniamo delusi e avviliti, lanciandogli “simpatici” insulti dettati dal nostro fair-play.

Ok. Niente panico. Riflettiamo: se riportiamo la moto in Tailandia, per poi prendere un aereo e andare a visitare la Cambogia come nei nostri piani, perdiamo i soldi della moto. Una settimana di noleggio. Che non è poco. Ci hanno già avvertito che non ci avrebbero rimborsato. Possiamo rinunciare alla Cambogia, e usare la moto per visitare (nuovamente) la Tailandia. Ma non mi va di rinunciare all’ Angkor wat e al mare di Koh Rong. Possiamo aspettare il cambio turno alla dogana cambogiana. Sicuramente il prossimo funzionario sarà più simpatico di questo. Già. Ma quanto dovremmo aspettare in questo posto ai confini del mondo? Non c’è neanche un villaggio qui nei paraggi per aspettare domani. Guardo Google Map. Mi viene un’idea:ritornare a Pakse,160 km a nord. Da lì possiamo entrare in Tailandia, e al primo confine disponibile con la Cambogia, tentare di nuovo di espatriare Jlo  dall’altra parte. Così facciamo.

Guidare in Tailandia è un po’ come ritrovarsi improvvisamente in occidente:asfalto perfetto, grandi stazioni di servizio, Seven Eleven ovunque, e maggior rispetto delle regole stradali. Un paradiso. Eccoci: un’ indicazione “Cambogia”. Giriamo in quella direzione, verso sud. Di nuovo il niente. Questa volta la strada va in salita in mezzo alla foresta. Si intravede, la dogana tailandese. Ci indicano dove fermarci. E in un inglese preciso ci dicono di andare a piedi alla dogana cambogiana per chiedere se si può esportare la moto.

Dejavu’.

Andiamo con i documenti di Jlo. In mezzo alla polvere un casottino quadrato in legno, con 5 funzionari in divisa che stanno lavorando. Ci avviciniamo. Di nuovo spieghiamo. Ci chiedono di attendere, devono chiamare il ”boss”. Riattacca. “ok, potete entrare, massimo 5 giorni,e dovete riuscire da questa dogana. Non abbiamo i fogli da compilare per la moto. Per questo dovete rientrare da qui perché la moto entra senza documenti”.

Ci guardiamo negli occhi io e Lore. Da una  parte soddisfatti, dall’altra un po’ delusi. Finalmente sarà Cambogia, ma non come vorremo noi. Dovremmo rivedere il nostro itinerario. E soprattutto non potremmo allontanarci da qui. Pazienza. Sbrighiamo tutte le pratiche burocratiche in entrambe le dogane. Non mi sembra vero, piangerei per la gioia: finalmente io, Lore e Jlo siamo in terra cambogiana, direzione Siam Reap.

Il bello di viaggiare con la moto in paesi così, è che si suscita sempre la curiosità di qualcuno: appassionati e non, del genere. Capita così, che mentre siamo a fare rifornimento in una polverosa stazione di servizio, incontriamo un gruppo di motociclisti vietnamiti. Reduci da un viaggio in Vietnam, sempre con una moto, siamo ben consapevoli dell’amore e della passione di questo popolo per i mezzi a due ruote, ed è facile simpatizzare con loro. Nei successivi 100 Km che ci separano da Siam Raep diventiamo membri onorari del moto club vietnamita. La loro organizzazione, e il loro modo di comunicare a distanza con gesti, ci fanno guadagnare non poco tempo sulla tabella di marcia, evitandoci di arrivare in nottata.

Finalmente è Angkor: una pianura disseminata di tempi dell’epoca khmer di impareggiabile bellezza, uno dei siti archeologici più importanti del sud est asiatico. Questa volta è una bici a portarci alla scoperta di queste bellezze uniche. Primo tra tutti Angkor wat, con le sue tre famosissime guglie che si ergono sopra tutto il complesso, il Bayon e le sue misteriose ed emblematiche facce, l’immenso Angkor Thom,e il surreale Ta Phrom, dove la vegetazione si è rimpossessata del suo spazio, imprigionando i templi tra le radici dei suoi millenari alberi. I tanti corsi d’acqua riflettono l’equilibrio e la perfezione di architetture antiche, mentre giganteschi volti scolpiti nei templi e statue millenarie ci osservano mentre pedaliamo sotto il sole cocente. Un tramonto mozzafiato per concludere nel migliore dei modi la giornata, faticosa ma indimenticabile.

Adesso siamo pronti per dirigerci verso Phnom Penh. Ma ci ripensiamo: ci dicono che è pericoloso viaggiare da queste parti. Non è la Tailandia. Scippano, derubano, rapinano. E la polizia è corrotta. Le moto sono uno dei bersagli preferiti. Rimaniamo di stucco. A quanto pare non possiamo davvero vivere questa Cambogia come vorremo noi. Non ci va di rischiare. Non ce n’è motivo. Ci organizzeremo meglio la prossima volta. Per adesso mi posso accontentare, considerando che una volta riconsegnata la moto a Chiang Mai, torneremo comunque con un volo in Cambogia, per vivere la vita da spiaggia su delle isole paradisiache ancora semi sconosciute. Avrò ancora modo di confrontarmi e capire questa realtà ed i suoi abitanti.

Effettivamente la Cambogia è diversa dagli altri. Sento che non c’è un’identità propria. Ancora forse bruciano le ferite dell’epoca di Pol Pot. Altro che ferite. Qualcosa di inconcepibile ed inesprimibile. Qualcosa davvero difficile da rimarginare. C’è ancora tanto da lavorare sul senso di identità di questo popolo. Il dollaro americano è comunemente usato, anche tra di loro, come fosse la moneta locale. Provo a dire qualche parole nella loro lingua. Non apprezzano. Mi rispondono in inglese, e mi dispiace. Nei loro sguardi c’è diffidenza. I loro sorrisi non sono spontanei.

Stanno cercando di dimenticare e di ricostruire. La prossima volta spero di trovare un paese con un’ unità e un’ identità più forte.

E’ giunto il momento di lasciare la Cambogia, direzione Tailandia. Stessa dogana dell’andata. Nessun problema. Adesso sarà Tailandia per 3 giorni. Prossima tappa: Bangkok, la nostra adorata città. Ci immergiamo nell’atmosfera della metropoli, andiamo a trovare gli zii di Lore, viviamo la città come piace a noi. E ci perdiamo anche nel suo leggendario traffico e groviglio di strade con Jlo.Ma dopo due ore passate a girare a vuoto per le mega strade della capitale, troviamo finalmente la direzione giusta.

Adesso è facile: sempre a dritto, verso nord, sulla 1. Direzione Chiang Mai. Si sente la stanchezza. Siamo stracarichi di bagagli. Il caldo è soffocante. Lo smog di Bkk non ci ha aiutati.I dolori alla schiena fanno capolino. E del fondoschiena non ne parliamo nemmeno. Ho dovuto prestare il mio casco a Lore perché è notte e lui non vede con il suo. Gli sta strettissimo. Gli fa male la testa. Degli incendi minacciano la strada lungo il cammino. Ho paura. L’ultimo tratto sembra la Salerno- Reggio Calabria: un cantiere continuo e tanti camion. Ci siamo: i cartelli indicano Chiang Mai. Attivo Google Map per ritrovare il nostro hotel. Ci arriviamo davanti. Scendo dalla moto e mi tolgo il casco. Sono sporca e distrutta. Ho voglia di piangere.  Lorenzo spenge Jlo, e lo fa guardandomi negli occhi. Siamo entrambi sfiniti, ma emozionati e felici. Credo che anche Jlo lo sia. Alzo gli occhi al cielo, le stelle e la luna illuminano quel momento indelebile, e in cuor mio ringrazio.

Ringrazio Lore. Senza di lui non avrei potuto realizzare il sogno dell’Indocina on the road: Il rider perfetto che anche nelle situazioni più pazzesche riesce a dare il meglio e a portarci sani e salvi a destinazione.

Ringrazio Jlo. Non è stato certo amore a prima vista il nostro, ma quando ha lottato sulle strade laotiane come una guerriera, ho capito che ci avrebbe sostenuto su tutte le strade, per tutta la strada.

Ringrazio il Laos,la Cambogia e la Tailandia, tre meravigliosi stati,e i loro abitanti che ci hanno accolto con sorrisi e sguardi curiosi nelle loro terre. Nonostante i primi due in particolare la Cambogia, abbiano alle spalle una storia recente a dir poco tragica, si sono rialzati a testa alta per andare avanti e per mostrare al mondo quali bellezze posseggono. C’è ancora tanto da fare, ma mi auguro che la strada sia finalmente quella giusta.

Grazie a chi ama viaggiare in modo sano e sostenibile, perché posso condividere certe emozioni senza essere presa per matta. E perché possiamo aiutare quei paesi che stanno cercando di crescere in maniera sana grazie al turismo.

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