Sabaidee Laos!! -prima parte-

Marzo 2016. Io e Lorenzo di fronte ad un nuovo itinerario. I chilometri sono tanti, tre stati da attraversare: Thailandia, Laos, Cambogia. La stagione non è quella giusta. Ma il richiamo all’avventura è troppo forte. E decidiamo di partire.

L’emozione è tanta, l’adrenalina a mille come non lo era mai stata nei precedenti viaggi.

Scegliamo di arrivare a Chiang Mai, e noleggiare lì una moto di cilindrata un po’ più grossa. Non la solita 250 cc per intenderci. Cerchiamo qualcosa di più “potente” e più confortevole, proprio perché il viaggio che stiamo per affrontare è impegnativo. E proprio a Chiang Mai, in Thailandia, troviamo ciò che fa al caso nostro. Un’ Honda cb 500 x, non proprio nuovissima, ma sicuramente più comoda delle altre moto noleggiate in Asia nei precedenti viaggi. Come da routine, la ribattezziamo con un nome -Sì, io e Lorenzo diamo un nome a tutti i nostri mezzi a motore!- E così ecco che Jlo entra a far parte della nostra avventura indocinese. L’obiettivo è quello di visitare il Laos e la Cambogia, poiché la Thailandia la conosciamo di già. Quindi partire da Chiang Mai per passare il confine con il Laos. Attraverseremo tutto il Laos fino alla punta più meridionale, seguendo la strada n 13 ed il corso del Mekong, e passare il confine con la Cambogia. Qui girelleremo per un po’, tra templi, città e corsi d’acqua, fino a quando non giungerà il momento di rientrare in Thailandia dalla mitica e temuta dogana di Poipet. Da lì ci aspetteranno due giorni di viaggio per riportare la moto a Chiang mai.

Ecco così che il trio si accinge a vivere una fantastica avventura: io la zavorrina, Lore il Biker, Jlo , la nostra Honda cb 500x. Pronti a macinare chilometri in Indocina.

L’emozione di attraversare quel ponte,uno dei tanti Friendship Bridge sul Mekong, fu unica. Fuori dall’Europa, non avevo mai passato una frontiera via terra. Per di più con un mezzo proprio. Ero estasiata ed esaltata da quell’evento e da tutta l’avventura che mi si proponeva di fronte.

L’ufficiale tailandese della frontiera di Chiang Kohng fu abbastanza simpatico, forse in alcuni momenti anche un pò troppo, ma non lasciammo trapelare il nostro disappunto su alcune battute sull’Italia. Stavamo seduti di fronte a lui con un’ aria un pò inebetita, con un sorriso stampato in faccia, annuendo e ridendo a tutto ciò che diceva: volevamo risultare simpatici, accondiscendenti e affidabili, in modo che non ci facesse storie per l’esportazione della moto in Laos.E così fu:andò tutto liscio a parte il pagamento extra ordinario a nostro avviso, di 500 bath , non si sa bene per cosa. Ma non facemmo storie. Forse la Lonley Planet si era semplicemente dimenticata di aggiornare le tariffe  o le mazzette da pagare in dogana.

Insomma, timbro di uscita sul passaporto, timbro di uscita sulla carta di viaggio di Jlo, la nostra Honda cbx 500, e pronti verso il Laos.

Sbrigare le pratiche doganali in Laos , fu un pò più lungo del previsto. C’era il visto, c’era da cambiare i soldi, c’era da far entrare Jlo in un altro stato. Ma fu comunque un’esperienza. Vedere degli ufficiali in divisa mentre  cucinavano tra un timbro su una pratica e un’ altra, fu davvero esilerante. Un profumino di soffritto fuoriusciva dal vetro dello sportello dei visti, ed io e Lore non potevamo che sorridere di fronte a quella scena, specialmente se con la nostra immaginazione la collocavamo in qualche posto di frontiera europeo.

Altri spiccioli da pagare, sempre per Jlo, e di nuovo in sella. Questa volta si iniziava sul serio. Sarebbe stato Laos per circa 3000 km.

Ero davvero fuori di me per la felicità.

La prima cosa a cui si fa caso  quando si è in sella ad una moto, sono le condizioni delle strade del paese nella quale si sta viaggiando. Temevo un pò questo lato in Laos. Ed il tempo ed i kilometri mi avrebbero dato ragione. Ma la parte iniziale non fu così drammatica. A parte lo sprofondamento laterale della strada e qualche buca, per il resto la strada mi aveva piacevolmente meravigliato. Vallate che si alternavano a foreste aggrappate sui pendii di montagne neanche troppo alte, mentre corsi d’acqua sbucavano da ogni dove , rendendo il paesaggio straordinariamente verde e rigoglioso, nonostante la stagione secca. Folli discese si alternavano a tornanti in salita, mentre all’orrizzonte, tra gli alti alberi della foresta, cercavo di immaginare dove potesse essere il mitico confine con il Myanmar e quello con la Cina.

Tutto aveva il sapore di un’avventura meravigliosa. E così era.

La nostra prima tappa fu a Louang Namtha, un paese non troppo grande, a poche decine di kilometri dal confine cinese, da dove i viaggiatori potevano intraprendere trekking sui monti, alla scoperta di villaggi e tribù remote. La nostra fu solo una toccata e fuga, ma avemmo il tempo di andare a scoprire un villaggio di etnia lao, non molto lontano dal paese, i cui abitanti erano specializzati nella lavorazione di carta di riso.Ancora un po’ di trekking urbano e al calar del sole un aperitivo a base di cavallette e Lao Beer nel mercato notturno della città. La location non aiutava a mandare giù quegli insetti, ma una salsina piccante deliziosa e la voglia di scoprire nuovi sapori, ci permisero di terminare soddisfatti quel sacchettino di cavallette fritte, mentre cani randagi girellavano intorno a noi cercando di fregarci il malloppo.

image image image


La strada che ci separava da Luang Prabang era meravigliosa. Paesaggisticamente e civilmente parlando.Per tutto quel tragitto fummo accompagnati da allegri sorrisi e saluti di bambini e ragazzi. Vicino ai loro villaggi, o per la strada ,mentre aiutavano le madri nelle quotidiane attività casalinghe, o mentre tornavano da scuola in bicicletta o a piedi. Felicità e gioia. Semplicità imbarazzante. Ma quegli attimi in cui potevo constatare la loro voglia di vivere e di ridere, davano un senso a tutto. Quegli istanti valevano il viaggio.

Da sotto il casco non potevo fare a meno di essere felice.

Gratitudine estrema di vivere quei momenti.

Alternato a ciò, motociclisti cinesi con l’ultimo modello di Bmw quasi sempre in contromano, e contadini armati di kalashnikov che si aggiravano per la strada vicino alla giungla. Per motivi palesemente diversi, né l’uno né l’altro ci facevano sentire a nostro agio.

E dopo sei ore di strada, Luang Prabang.

Cittadina affascinante, di eredità francese, immersa in una giungla di banani e palme, emerge ogni mattina dalla foschia e sprofonda ogni sera nella stessa foschia. Fa da guardia alle placide acque del Mekong, che gli scorrono accanto per tutta la sua lunghezza. Vibra di fascino e di spiritualità. Monaci e templi in ogni dove. Ville perfettamente restaurate risalenti all’epoca della colonizzazione rendono Luang Prabang la più bella e più fotografata città del Laos. E poi il tak bat: una cerimonia estremamente semplice ma carica di fascino e solennità, che ahimè qui a Louang Prabang sta diventando rovinosamente turistica. All’alba la città si anima di abitanti che in maniera educata e composta si dispongono sui marciapiedi delle strade in attesa della processione dei monaci, che escono dai templi proprio per ricevere in dono dai fedeli il riso, il loro unico pasto della giornata. Anche orde di turisti purtroppo invadono le strade e, al contrario dei laotiani,  in modo scomposto si avvicinano troppo ai monaci con la macchina fotografica, facendo rumore con i flash e annullando quella mistica e vera atmosfera che si dovrebbe respirare.

Luang Prabang ha tanto altro da offrire: cascate, caverne costellate di statue del buddha, tour in battello lungo il Mekong, tramonti mozzafiato ed un mercato notturno inaspettatamente silenzioso per essere nel sud est asiatico, con i commercianti che con fare semplice e gentile, rispecchiando proprio il carattere del laotiani, vi guideranno nei vostri acquisti.

Ancora di nuovo in sella a Jlo, per raggiungere Vang Vieng.

Credevo che la strada migliorasse da Luang Prabang alla capitale. Ma mi sbagliavo. Quelle due tappe furono toste e misero a dura prova la povera Jlo. Asfalto a tratti alternato da uno sterrato rovinosamente scivoloso , o da pezzi di terra rossa che completavano alla perfezione la nostra impanatura sotto il sole cocente. Discese e salite. Bambini che sbucavano da ogni dove seguiti da galline, cani e ogni tanto qualche mucca. Poi chilometri di niente. Solo foresta. Fino al punto più alto della strada. Lì un piccolo grazioso villaggio con scene di vita bucolica, tra la semplicità e l’arretratezza  della vita quotidiana, scorrevano davanti a noi immagini di un Laos che non si può dimenticare. Poi la valle. E  all’improvviso fantasiose montagne carsiche ci accompagnavano come giganti da guardia sulla nostra strada in pianura, gettando una rinfrescante ombra sul nostro assolato cammino. Un po’ di refrigerio e delizia per gli occhi: il sole ormai si stava colorando di quell’arancio pesca tipico del tramonto, mentre faceva capolino tra lo stravagante skyline carsico, riflettendo la sua luce rosacea su quegli aguzzi pinnacoli e su quelle splendide pareti rocciose.

Eccola Vang Vieng. Tra la polvere della strada, quasi fossimo nel Far-west, il cielo colorato dalle mille sfumature del tramonto, e il Nam Song, che placidamente scorre accanto al paese, quasi ai piedi delle montagne. Eccola mostrare il suo lato tranquillo e calmo, immersa e sommersa dalla natura. Fino a quando la notte cala e i locali si animano di australiani e backpacker da tutto il mondo. Ecco allora che il rumore, il caos, la confusione, le droghe e l’alcool prendono il sopravvento, e Vang Vieng perde la sua autenticità e la sua adorabile tranquillità. Mi chiedo perché un posto si debba snaturalizzare così. Questo non è  Laos, è un suo surrogato che a me non piace.

Uno sguardo più approfondito a Vang Vieng per scoprire le sue bellezze e capire le sue dinamiche. Per constatare che il  paese ha visto di peggio, turisti morti o rimasti gravemente feriti a causa dei loro eccessi, e che ora, grazie ad una legge che vieta la vendita di cocktail speciali nei bar della zona, tutto sta pian piano tornando alla normalità.

Poi alla ricerca di autentico Laos in direzione Vientane.I km non erano molti, poco più di 150, ma le tre ore previste per arrivare a destinazione non furono sufficienti. C’era bisogno di andare più piano e di fare più soste.  Incontrammo anche scooter per la strada noleggiati da turisti occidentali. -E’ dura e faticosa per noi. Chissà come deve essere per loro! -Questo tratto di strada fu il peggiore di tutto il Laos. Jlo non voleva andare dove Lore la direzionava e voleva scivolare via. Per tutto il tempo una battaglia tra l’asfalto viscido, l’anteriore della moto e Lore.

Vientiane: l’entrata non lasciava intendere che si trattava della capitale. Strada a sterro, piccoli villaggi a ridosso della strada, polvere e animali a giro: così ci accolse la città. Una capitale sicuramente fuori dal comune, tranquilla e a misura d’uomo. Un panorama culinario interessante e vario, di nuovo un mercato notturno placido e il Mekong, che ormai ci accompagnava dalla nostra entrata in Laos.

Dalla capitale in poi sarebbe stata una incognita. Cosa mi sarei dovuta aspettare dal Laos centrale e meridionale? E le strade come sarebbero state? E il conteggio dei chilometri che avevo fatto prima di partire sarebbe stato giusto? Chissà se Jlo ce l’avrebbe fatta….

Insomma stavamo per entrare nel vivo dell’avventura laotiana.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: