Sabaidee Laos!-seconda parte-

Non potevo credere ai miei occhi, l’asfalto della strada usciti da Vientane, in direzione sud, stava notevolmente migliorando. Finalmente avremmo potuto viaggiare a ritmi “occidentali”, senza dover sollecitare la povera Jlo. Certo fu, che il frescolino delle montagne del nord era un lontano ricordo, e adesso il nostro peggior nemico era proprio il caldo.

 Thakhek fu la nostra tappa successiva. Una polverosa e afosa cittadina sulle sponde del Mekong, che vide sicuramente più fascino nell’epoca del colonialismo francese. Testimoni di ciò, i fatiscenti e decadenti edifici risalenti a quel periodo, ed una piazza adornata solo con qualche aiuola abbandonata a sé stessa, e, durante la sera, con qualche tavolino e bancarella di street food. Noleggiare uno scooter od una moto qui è d’obbligo, per poter visitare i dintorni della città, le decine di caverne, alcune cascate e dei binari abbandonati. Magari facendo base all’ Intihira Hotel, l’edificio meglio ristrutturato di Thakhek, che vanta un ottimo rapporto qualità-prezzo. Così facemmo. L’hotel fu la nostra base per visitare il giorno dopo la mitica caverna di Kong Lor, che in linea d’aria non era molto lontano da noi. Già, giusto in linea d’aria. In realtà dovevamo tornare 100 km a nord, sulla ormai mitica strada 13, e poi direzionarci 80 km a est, verso il confine con il Vietnam. Da lì, 20 km a sud, nello sperduto entroterra laotiano, su stradine che attraversavano risaie e piccoli villaggi.Insomma non fu proprio azzeccata l’idea di prendere Thakhek come base per visitare la caverna, ma ormai era fatta.

Kong Lor cave è probabilmente una delle mete più particolari che potrete visitare in Laos: un fiume che si incanala in una grotta sotto le montagne carsiche tra Laos e Vietnam, per circa 7 km. Il fiume letteralmemnte scompare nelle montagne, e la vostra piroga, sapientemente timonata dal vostro Caronte, sarà ingoiata nell’oscurità della grotta per 25 interminabili minuti in cui incontrerete soltanto pipistrelli e altri traghettatori dell’Ade in direzione opposta alla vostra. Ad un tratto Caronte, che certo non parla la vostra lingua, e non parla neanche inglese, vi lascerà su una secca del fiume, con in dotazione una torcia stile “sorpresa uovo di Pasqua Kinder”, ed un paio di infradito di gomma usurati dal tempo, dalle persone, e dal terreno impervio.Se pochi secondi prima vi sentivate come una povera anima passiva traghettata nell’Ade, adesso la sensazione predominante è quella di essere Indiana Jones alla scoperta di qualche luogo misterioso sotteraneo. Dopo aver camminato qualche minuto sulla secca, davanti ai vostri occhi improvvisamente si manifesterà uno spettacolo di luci, forme e colori. Stalagmiti e stalagtiti ovunque, illuminati da sapienti giochi di luce artificiale. 10 minuti per scoprire questo inaspettato e piacevole spettacolo sotteraneo, e poi di nuovo l’oscurità e una fievole luce proveniente da una piroga che si direziona verso di voi: ecco  Caronte pronto a recuperarvi per traghettare la vostra anima per qualche altro minuto nell’oscurità.

Intensa e particolare quest’esperienza. Tutti quei km per raggiungere la caverna, ne valsero davvero la pena, anche se al ritorno la notte ci sorprese sulla strada, con tutti gli ostacoli e i problemi che comporta la guida notturna in un paese come il Laos. Fu la prima volta durante quel viaggio che ci lasciammo prendere dal panico: la visiera scura del casco non facilitava la visione in strade in cui l’illuminazione è inesistente, e il faro di Jlo non era in grado di apportare benefici. Con la visiera aperta era impossibile viaggiare, perchè improvvisamente la strada si era popolata di insetti volanti grandi come colibrì che giocavano all’autoscontro contro il nostro casco. E lo stile di guida dei laotiani non aiutava nell’impresa. Il tutto accompagnato da macchine che nella corsia opposta camminavano o senza fari o con fari abbaglianti perennemente accesi, bambini, mucche e galline che spuntavano ovunque dai bordi della strada . E Lore, che nella caverna si era infortunato proprio il piede sinistro , quello del cambio, per aiutare Caronte a smuovere la barca che si era incagliata nel fondo sassoso della grotta.

Una fasciatura improvvisata e un antidolorifico, permisero a Lore di poter guidare la moto e proseguire così il viaggio il mattino successivo in direzione Pakse, vicino all’altopiano di Bolaven. Purtroppo questo imprevisto dell’ infortunio ci obbligò a rinunciare ad una delle più adrenaliniche esperienze che si possono fare in Laos: le zip line sospese sulla giungla, alternate a vie ferrate e percorsi a piedi, e a casette sugli alberi. Sarebbero stati due giorni emozionanti. Probabilmente questa esperienza avrebbe valso tutto il viaggio. Ma con Lorenzo in quelle condizioni non potevamo fare altrimenti. Ci dedicammo alla visita di Champsak, l’antica capitale del Laos, e del suo complesso di templi dell’epoca angkoriana, patrimonio dll’Unesco. E soggiornammo in un villaggio a 80 km dalla civiltà ( di cui 15 km erano di terra rossa), i cui abitanti possedevano elefanti come animali domestici e da lavoro. Ero felicemente dispersa nel niente dell’entroterra indocinese, dove passeggiare per le polverose  e rosse stradine del villaggio in questione era un pò come vivere un documentario di Nat Geo People del National Geographic.

Era arrivato il fatidico momento. 100 km ci separavano dalla Cambogia. Quella sarebbe stata l’ultima mattina che ci svegliavamo in quello stato. Detti un bacio a Lore, rito propiziatorio prima di intraprendere una qualsiasi tratta, e mentre  mi mettevo il casco, pensai che ci stavamo accingendo a percorrere gli ultimi km di quel meraviglioso paese, e non nego che un pò mi dispiaceva. Partimmo sotto il sole cocente delle 9.30 del mattino. Ci impanammo ben bene con la terra rossa dei 15 km di strada sterrata e poi di nuovo sulla 13. Gli ultimi 80 km  scorrevano davanti ai miei occhi come un film ed io non volevo perdermi neanche un secondo di quelle scene. Volevo impregnarmi per l’ultima volta  di Laos. Ma davanti e accanto a noi il niente. Nè un paese, né una casa. Solo aridi campi e incendi. Una desolazione disarmante. Poi un’ ultima deviazione sulla sinistra prima di lasciare il paese: il tuffo del Mekong su più livelli non molto alti, una cascata che decreta l’ampliamento spropositato del letto del fiume, tanto che, da questo punto fino alla Cambogia, il fiume è costellato da 4000 isole. Il famoso arcipelago Si Phan Don, uno spettacolo unico. Poi ancora la 13. C’eravamo quasi: potevo intravedere la dogana laotiana. Ero emozionantissima. Lore rallentò gradualmente. Degli ufficiali con la divisa verde ci stavano osservando incuriositi, seduti su delle sedie di plastica malconce. Lore spense Jlo, ed io presi tutti i nostri documenti e mi avvicinai a loro, con un benevolo sorriso stampato sulla mia faccia. Dovevo risultare affidabile e simpatica e nascondere il mio nervosismo per non so cosa…. A quanto pareva era  davvero giunto il momento di lasciare il Laos….. Poi improvvisamente iniziarono ad agitarsi e a parlarmi in un inglese improvvisato, indicandomi insistentemente la dogana cambogiana…… una brutta sensazione mi pervase il corpo. Mi girai verso Lore con lo sguardo interrogativo. Entrambi realizzammo che non sarebbe stato così semplice come tra Thailandia e Laos….

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