Effetti speciali in Marocco

Avete presente quando siete in aereo e state per decollare di rientro dal viaggio, e guardate dal finestrino (sempre ammesso e non concesso che la hostess di terra ve lo abbia assegnato quel posto al finestrino che tutte le volte chiedete) e con aria malinconica  in cuor vostro dite: Non addio! ma arrivederci….. e poi completate con il nome del paese… (Che so… India, Vietnam, Thailandia, Kenya…)??????

Non so se voi ce lo avete presente quel momento.

Io si. Perché a me succede sempre.

Questa frase la dico ogni volta che salgo sull’ aereo, perché ogni volta lasciare un paese che visito è straziante e sempre mi riprometto di tornarci appena posso (solo a Dubai non mi è successo, ma quella è un’altra storia!)

Vorrei sempre tornare e ritornare. E quei paesi, prima li depenno dalla mia bucket list, perché già visti, ma al mio rientro li inserisco di nuovo.

C’è da dire però che il mondo è bello grande.

E la mia bucket list è bella lunga.

E la mia Scratch Map non è poi così tanto scratchata ancora.

Quindi va a finire che do sempre priorità a paesi che ancora non ho visitato.

Eccezion fatta per Thailandia, Brasile e Marocco. Tre paesi che ho già visitato più di una volta.

Ed oggi voglio parlare proprio del Marocco.

Evidentemente c’è qualcosa di speciale in questo paese se ci sono già stata due volte e a breve sto programmando la terza…

Intendiamoci. Il Marocco è in Africa. Ma non vi fa venire il mal d’Africa. Quello lo sentite se andate in Kenia, in Mozambico, in Tanzania, in Uganda.

In Marocco no.

Non esiste un mal di Marocco. Una malinconia incolmabile, una saudade, detta alla brasiliana. Niente di tutto ciò. Ma esiste piuttosto la curiosità di scoprire cos’altro ha da regalarti questo paese, quale altra sorpresa ha da mostrare la prossima volta.

Già, perché il Marocco mi stupisce sempre con effetti speciali.

Come quella volta che dopo un estenuante viaggio in pullman da Tangeri fino alle montagne del Rif, ci siamo fermate in un paesino chiamato Chefchouen. Eravamo più attratte dall’idea di andare  a fumare un po’ di fumo genuino direttamente dai berberi che lo coltivano sulle montagne intorno al paese, che dal resto. Perché in realtà non sapevamo del resto. Non sapevamo che Chefchouen era un villaggio non tanto grande abbarbicato sulle pendici della montagna, la cui medina era costituita da costruzioni blu, turchese e bianco. Il colpo d’occhio era incredibile. Sembrava si essere in Grecia, e non in Marocco. Perlomeno, non era ciò che mi sarei aspettata dal Marocco. Tutto ciò andava oltre le mie aspettative. Le viuzze strette delimitate dai colorati edifici, le bianche scalinate che contrastavano con il blu dei muri, la Kasbah ben tenuta che creava il fulcro nevralgico del paese. E poi il souk. Un’ondata di profumi, colori e odori mi travolse, ed io capiì che questo era solo l’inizio. Il Marocco mi avrebbe sorpreso ancora e ancora.

E mi sorprese a Marrakech, infatti. Già perché c’è una piazza al mondo, Djemaa El Fna, che tutte le sere, al tramonto,  mette in scena uno spettacolo senza uguali. Cantastorie, danzatori, musicisti, incantatori di serpenti si esibiscono tra bancarelle che offrono della carne deliziosa ma a volte infida. Tra le luci, i fumi delle braci, i profumi della carne, gli aromi degli incensi e del tè alla menta, mi ero completamente inebriata di Djemaa El Fna.  L’atmosfera esotica e travolgente della città non poteva lasciare indifferenti neanche i cuori meno sensibili. Ero definitivamente conquistata.

E la volta dopo scopriì gli Atlas. Attraversare questi giganti innevati, nel cuore del Marocco, fu un’esperienza unica. Avreste mai immaginato di trovare la neve in Marocco??? Io no! Ma fui smentita con piacevole sorpresa. Una meravigliosa strada che con i suoi tornanti si snodava tra le gole delle montagne, ci condusse anche ad elevate altitudini, proprio a contatto con la neve, per poi scendere in un paesaggio lunare, che divideva la catena montuosa dal deserto del Sahara. Poco più di 200 km di distanza tra le vette innevate e le dune di sabbia. Potevo fotografare le palme in paesaggi desertici, e nella stessa fotografia, avere come sfondo le montagne innevate. Sublime.

E poi scoprimmo Ait-Ben-Haddou, un piccolo villaggio fortificato sulla strada del commercio tra Marrakech e il deserto del Sahara. Un piccolo gioiello, quasi ai piedi dell’Atlas, patrimonio dell’Unesco, e set di innumerevoli film cinematografici. Un esempio ben conservato degli antichi agglomerati abitativi del Marocco pre-sahariano. Un villaggio magico che si mostrò in tutto il suo splendore al tramonto: il sole che scendeva dietro le vette degli Atlas, donava alla paese una luce dorata magica. Indimenticabile.

E le sorprese non finirono. Avevo sempre creduto che il vero deserto, quello che immaginiamo da bambini, con le dune di sabbia color ocra che si spostano con il vento, lo avrei visto in paesi come l’Algeria o la Libia. Ed invece lo vidi anche in Marocco. Erg Chebbi, un gruppo di grandi dune formate dalla sabbia portata dal vento, ai confini con l’Algeria. Deserto e oasi. Touareg e carovane di cammelli. Distese di dune di sabbia a perdita d’occhio. Il Marocco era riuscito a coronare anche il mio sogno di affondare i miei piedi nella soffice sabbia del Sahara al tramonto.

 E la prossima volta sarà diverso ancora. Andrò alla scoperta di questo magnifico paese in moto. Non vedo l’ora di scoprire quali altri effetti speciali riserva il Marocco.

Alla prossima puntata.

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