La ragazza del treno

 

Guardo fuori dal finestrino mentre lo sferragliare delle rotaie di questo vecchio treno accompagna i miei pensieri. È incredibile quanto sia ipnotizzante questo rumore. Riesce a catapultarmi in un’altra dimensione e a portarmi lontano da qui. Non che voglia stare lontano da qui, intendiamoci. Ma mentre i miei occhi s’innamorano di ciò che vedono, la mia testa vaga altrove trasportata dal rumore delle rotaie. E mi piace essere altrove. Ovunque.
Pensare che quando ero adolescente odiavo prendere il treno. Lo trovavo quanto mai scomodo e complicato. E adesso che non ho molte occasioni di prenderlo, mi manca.
Ma oggi sono qui. Oggi sono sulla linea Lashio- Mandalay, si’, quella famosa che attraversa il Gokteik Viaduct. Oggi posso lasciarmi cullare dai movimenti ondulatori di questo obsoleto treno e delle sue usurate rotaie. E sono emozionata. Sarà anche per questo che la mia mente sta vagando ovunque.

Ma andiamo per ordine.
Sono in Birmania. O Myanmar, se preferite. Io preferisco Birmania, lo trovo più esotico e autentico. E poi Mi riporta ai “Burmese Days” di Orwell, che lui è uno che la Birmania,quella della colonizzazione inglese, l’ha raccontata bene.
Quando sono partita avevo solo il visto, un biglietto aereo di sola andata Bangkok-Mandalay, una moto noleggiata per 10 giorni e la prima notte in hotel prenotata dall’ Italia. E un itinerario in testa. Quello che dovevo fare non era altro che assemblare il tutto aggiungendo le parti mancanti.  E in Birmania fare ciò può risultare un po’ complicato.
Il primo ostacolo da superare è capire quali strade uno straniero può percorrere in autonomia. Il secondo ostacolo è capire le loro condizioni. Molti percorsi sono infatti interdetti agli stranieri. In effetti nel web si trova ben poco a riguardo e poiché la situazione cambia di mese in mese, mi trovavo in uno stato di incertezza perenne. L’unico modo per capire meglio, era parlare con qualcuno sul posto. Jason era la persona giusta. Il ragazzo che ci aveva noleggiato la moto e che viveva ormai da un po’ di anni a Mandalay, ci dette le dritte a riguardo. Così scoprii che le mete che mi ero prefissata erano collegate da tratti di strada percorribili anche da stranieri; e che  queste tappe non distavano più di 280 km l’una dall’altra. Il che era perfetto, dato che questa è la distanza massima che si può affrontare in moto in strade come quelle del Myanmar.

Le mete che avevo in testa diventarono le tappe di un itinerario reale,un loop con partenza e arrivo nella ex capitale birmana:

Mandalay – Bagan

Bagan- Kalaw

Kalaw- Lake Inle

Lake Inle- Hsipaw

Hsipaw- Nawnghkio- Mandalay

Ciliegina sulla torta: potevamo fare quest’ ultima tratta in treno, in modo da poter attraversare l’imponente viadotto ferroviario di Gokteik, il ponte più lungo della Birmania, nonché il secondo più alto al mondo quando fu costruito. E cosa ancora più incredibile ed eletrizzante, sul nostro stesso treno potevamo caricare la moto. Non osavo sperare tanto.

 

 

 

E così eccomi qui. Eccomi con la faccia spiaccicata al finestrino ( non devo avere un’espressione proprio “smart” adesso!!) a immagazzinare ogni immagine che mi passa davanti agli occhi, mentre il vecchio vagone in cui mi trovo dondola in maniera ostentata da sinistra a destra e viceversa. Peccato che il tipo della biglietteria ci ha stipati, a noi turisti, qui tutti insieme. Una specie di prima classe a quanto pare. Sono un po’ delusa,non posso negarlo. Avrei voluto passare un po’ di tempo con la gente birmana, osservarli, capirli, comunicare con sguardi e sorrisi. Chissenefrega della “prima classe”. Avrei preferito le panche in legno  malconce, il via vai di chiassosi venditori ambulanti, l’acre odore di chissà quale strana pietanza cucinata la sera prima per affrontare il viaggio, o i gridolini di bambini emozionati per il treno. Ma non posso negare che alla fine qui dove siamo adesso, è un po’ come avere i biglietti in prima fila. Non solo abbiamo il vagone dedicato, ma abbiamo anche i posti che si affacciano sul lato nord del ponte, quelli migliori senza dubbio per poter godere dello spettacolo del Viadotto birmano. Non posso lamentarmi. Cercherò di farmi una scorpacciata di vita quotidiana birmana, “spiando” dal finestrino le scene che scorrono fuori e andando a scuriosare negli altri vagoni durante le soste nelle varie stazioni.

 

 

 

Siamo partiti da poco. Mi sono appena abituata a questo poco rassicurante dondolio del treno. La domanda che mi frullava continuamente per la testa pochi minuti fa, era come avremmo fatto ad affrontare il ponte se il treno continuerà a dimenarsi Così. Poi ho smesso di chiedermelo.  Ho smesso di pensare a immagini apocalittiche. Tipo:  il convoglio che si catapulta nel burrone a causa delle forti oscillazioni;io che vengo scaraventata con violenza fuori dal finestrino con la mia super Canon ultimo modello strafigo e stracaro; il telegiornale in Italia che da’ la notizia della dipartita di due viaggiatori avventurosi morti durante un incidente ferroviario in un luogo sperduto della Birmania . Già. Meglio fare l’abitudine al dondolio e smettere di pensare a ciò. È giunta l’ora di iniziare  a godermi il viaggio.

Sono davvero felice adesso. Sto impregnando la mia mente e il mio cuore di Birmania. Osservo attentamente tutto ciò che mi passa davanti agli occhi, saluto, sorrido, scatto foto e rubo momenti a queste semplici e deliziose persone. Sfilano scene di vita quotidiana davanti a me: una giovane donna che pettina una signora anziana, con il volto meravigliosamente segnato dai solchi della vita; due bambine monache nella loro tunica rosa che camminano sotto il caldo sole birmano; bambini che giocano con oggetti di fortuna lasciati per caso accanto alla loro umile casetta di legno, la nonna con i nipotini sulle ginocchia che guarda passare i vagoni del vecchio treno, signore che al rallentare del convoglio ai avvicinano ai finestrini per vendere ai viaggiatori pannocchie, noccioline e altri snack, Il monaco in bici col secchiello delle elemosine, tre simpatiche bimbe che  si abbracciano e si dimenano per salutare il treno con un sorriso  da togliere il fiato. Ne sono certa: loro mi vedono e quel sorriso è per me. Tutto questo vale il viaggio. La mia anima adesso gronda di felicità.

 

 

 

Ci Siamo. Lo intravedo tra i rami degli alberi. Il treno ora si ferma per qualche secondo per permetterci di scattare qualche foto. Lo avevo già visto molto in lontanza dalla strada ieri. Ma non mi ero resa conto che era così alto. Adesso Sono consapevole dell’imponenza di questa straordinaria opera ingegneristica del diciannovesimo secolo. Dal viadotto adesso ci separa solo un tunnel scavato nel pendio della montagna. Qualche secondo di buio totale, e poi d’improvviso di nuovo la luce. Eccoci, ci siamo: ho il cuore in gola. Il treno rallenta notevolmente. Meno che a passo d’uomo. E nonostante ciò il rumore delle vecchie e arrugginite rotaie del treno prevale sul trambusto che si sta creando nei vagoni. Sono quasi paralizzata: dal l’altezza  vertiginosa, dal rumore inaffidabile dei bulloni che probabilmente tengono insieme il ponte, dalla gente che si sposta tutta su un lato (il nostro) per documentare il momento agitando cellulari, fotocamere e GoPro fuori dal finestrino, dal fatto che se mi alzo e mi metto al centro del vagone, sembra di essere su un treno volante. Sembra di stare sospesi tra cielo e terra. Tra fantasia e realtà.

 

 

Trascorrono così questi 7 minuti di viadotto. Ne è valsa la pena, decisamente. “Arrampicarsi” fino a Hsipaw con la moto non è stata una passeggiata, ma per vivere tutte le emozioni di oggi, lo rifarei un altro milione di volte, senza dubbio.

Purtroppo il viaggio sta volgendo al termine. Questa è l’ultima tappa di questo loop in moto. Alla prossima stazione scenderemo, scaricheremo la moto dal vagone merci, e poi di nuovo sulle due ruote per raggiungere la meta finale del viaggio: Mandalay. La malinconia e la tristezza adesso si impossessano di me al solo pensiero che domani mattina dovrò lasciare questo sorprendente paese e il suo sorridente popolo.

Adesso ho la consapevolezza che non sarà un addio, ma un arrivederci. Il mio desiderio di tornare è troppo forte. Già sogno di essere di nuovo qui. Come già mi è successo per altri posti.

Perchè i miei sogni hanno la forma del vento, del sole, e delle nuvole.

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