La ragazza del treno

 

Guardo fuori dal finestrino mentre lo sferragliare delle rotaie di questo vecchio treno accompagna i miei pensieri. È incredibile quanto sia ipnotizzante questo rumore. Riesce a catapultarmi in un’altra dimensione e a portarmi lontano da qui. Non che voglia stare lontano da qui, intendiamoci. Ma mentre i miei occhi s’innamorano di ciò che vedono, la mia testa vaga altrove trasportata dal rumore delle rotaie. E mi piace essere altrove. Ovunque.
Pensare che quando ero adolescente odiavo prendere il treno. Lo trovavo quanto mai scomodo e complicato. E adesso che non ho molte occasioni di prenderlo, mi manca.
Ma oggi sono qui. Oggi sono sulla linea Lashio- Mandalay, si’, quella famosa che attraversa il Gokteik Viaduct. Oggi posso lasciarmi cullare dai movimenti ondulatori di questo obsoleto treno e delle sue usurate rotaie. E sono emozionata. Sarà anche per questo che la mia mente sta vagando ovunque.

Ma andiamo per ordine.
Sono in Birmania. O Myanmar, se preferite. Io preferisco Birmania, lo trovo più esotico e autentico. E poi Mi riporta ai “Burmese Days” di Orwell, che lui è uno che la Birmania,quella della colonizzazione inglese, l’ha raccontata bene.
Quando sono partita avevo solo il visto, un biglietto aereo di sola andata Bangkok-Mandalay, una moto noleggiata per 10 giorni e la prima notte in hotel prenotata dall’ Italia. E un itinerario in testa. Quello che dovevo fare non era altro che assemblare il tutto aggiungendo le parti mancanti.  E in Birmania fare ciò può risultare un po’ complicato.
Il primo ostacolo da superare è capire quali strade uno straniero può percorrere in autonomia. Il secondo ostacolo è capire le loro condizioni. Molti percorsi sono infatti interdetti agli stranieri. In effetti nel web si trova ben poco a riguardo e poiché la situazione cambia di mese in mese, mi trovavo in uno stato di incertezza perenne. L’unico modo per capire meglio, era parlare con qualcuno sul posto. Jason era la persona giusta. Il ragazzo che ci aveva noleggiato la moto e che viveva ormai da un po’ di anni a Mandalay, ci dette le dritte a riguardo. Così scoprii che le mete che mi ero prefissata erano collegate da tratti di strada percorribili anche da stranieri; e che  queste tappe non distavano più di 280 km l’una dall’altra. Il che era perfetto, dato che questa è la distanza massima che si può affrontare in moto in strade come quelle del Myanmar.

Le mete che avevo in testa diventarono le tappe di un itinerario reale,un loop con partenza e arrivo nella ex capitale birmana:

Mandalay – Bagan

Bagan- Kalaw

Kalaw- Lake Inle

Lake Inle- Hsipaw

Hsipaw- Nawnghkio- Mandalay

Ciliegina sulla torta: potevamo fare quest’ ultima tratta in treno, in modo da poter attraversare l’imponente viadotto ferroviario di Gokteik, il ponte più lungo della Birmania, nonché il secondo più alto al mondo quando fu costruito. E cosa ancora più incredibile ed eletrizzante, sul nostro stesso treno potevamo caricare la moto. Non osavo sperare tanto.

 

 

 

E così eccomi qui. Eccomi con la faccia spiaccicata al finestrino ( non devo avere un’espressione proprio “smart” adesso!!) a immagazzinare ogni immagine che mi passa davanti agli occhi, mentre il vecchio vagone in cui mi trovo dondola in maniera ostentata da sinistra a destra e viceversa. Peccato che il tipo della biglietteria ci ha stipati, a noi turisti, qui tutti insieme. Una specie di prima classe a quanto pare. Sono un po’ delusa,non posso negarlo. Avrei voluto passare un po’ di tempo con la gente birmana, osservarli, capirli, comunicare con sguardi e sorrisi. Chissenefrega della “prima classe”. Avrei preferito le panche in legno  malconce, il via vai di chiassosi venditori ambulanti, l’acre odore di chissà quale strana pietanza cucinata la sera prima per affrontare il viaggio, o i gridolini di bambini emozionati per il treno. Ma non posso negare che alla fine qui dove siamo adesso, è un po’ come avere i biglietti in prima fila. Non solo abbiamo il vagone dedicato, ma abbiamo anche i posti che si affacciano sul lato nord del ponte, quelli migliori senza dubbio per poter godere dello spettacolo del Viadotto birmano. Non posso lamentarmi. Cercherò di farmi una scorpacciata di vita quotidiana birmana, “spiando” dal finestrino le scene che scorrono fuori e andando a scuriosare negli altri vagoni durante le soste nelle varie stazioni.

 

 

 

Siamo partiti da poco. Mi sono appena abituata a questo poco rassicurante dondolio del treno. La domanda che mi frullava continuamente per la testa pochi minuti fa, era come avremmo fatto ad affrontare il ponte se il treno continuerà a dimenarsi Così. Poi ho smesso di chiedermelo.  Ho smesso di pensare a immagini apocalittiche. Tipo:  il convoglio che si catapulta nel burrone a causa delle forti oscillazioni;io che vengo scaraventata con violenza fuori dal finestrino con la mia super Canon ultimo modello strafigo e stracaro; il telegiornale in Italia che da’ la notizia della dipartita di due viaggiatori avventurosi morti durante un incidente ferroviario in un luogo sperduto della Birmania . Già. Meglio fare l’abitudine al dondolio e smettere di pensare a ciò. È giunta l’ora di iniziare  a godermi il viaggio.

Sono davvero felice adesso. Sto impregnando la mia mente e il mio cuore di Birmania. Osservo attentamente tutto ciò che mi passa davanti agli occhi, saluto, sorrido, scatto foto e rubo momenti a queste semplici e deliziose persone. Sfilano scene di vita quotidiana davanti a me: una giovane donna che pettina una signora anziana, con il volto meravigliosamente segnato dai solchi della vita; due bambine monache nella loro tunica rosa che camminano sotto il caldo sole birmano; bambini che giocano con oggetti di fortuna lasciati per caso accanto alla loro umile casetta di legno, la nonna con i nipotini sulle ginocchia che guarda passare i vagoni del vecchio treno, signore che al rallentare del convoglio ai avvicinano ai finestrini per vendere ai viaggiatori pannocchie, noccioline e altri snack, Il monaco in bici col secchiello delle elemosine, tre simpatiche bimbe che  si abbracciano e si dimenano per salutare il treno con un sorriso  da togliere il fiato. Ne sono certa: loro mi vedono e quel sorriso è per me. Tutto questo vale il viaggio. La mia anima adesso gronda di felicità.

 

 

 

Ci Siamo. Lo intravedo tra i rami degli alberi. Il treno ora si ferma per qualche secondo per permetterci di scattare qualche foto. Lo avevo già visto molto in lontanza dalla strada ieri. Ma non mi ero resa conto che era così alto. Adesso Sono consapevole dell’imponenza di questa straordinaria opera ingegneristica del diciannovesimo secolo. Dal viadotto adesso ci separa solo un tunnel scavato nel pendio della montagna. Qualche secondo di buio totale, e poi d’improvviso di nuovo la luce. Eccoci, ci siamo: ho il cuore in gola. Il treno rallenta notevolmente. Meno che a passo d’uomo. E nonostante ciò il rumore delle vecchie e arrugginite rotaie del treno prevale sul trambusto che si sta creando nei vagoni. Sono quasi paralizzata: dal l’altezza  vertiginosa, dal rumore inaffidabile dei bulloni che probabilmente tengono insieme il ponte, dalla gente che si sposta tutta su un lato (il nostro) per documentare il momento agitando cellulari, fotocamere e GoPro fuori dal finestrino, dal fatto che se mi alzo e mi metto al centro del vagone, sembra di essere su un treno volante. Sembra di stare sospesi tra cielo e terra. Tra fantasia e realtà.

 

 

Trascorrono così questi 7 minuti di viadotto. Ne è valsa la pena, decisamente. “Arrampicarsi” fino a Hsipaw con la moto non è stata una passeggiata, ma per vivere tutte le emozioni di oggi, lo rifarei un altro milione di volte, senza dubbio.

Purtroppo il viaggio sta volgendo al termine. Questa è l’ultima tappa di questo loop in moto. Alla prossima stazione scenderemo, scaricheremo la moto dal vagone merci, e poi di nuovo sulle due ruote per raggiungere la meta finale del viaggio: Mandalay. La malinconia e la tristezza adesso si impossessano di me al solo pensiero che domani mattina dovrò lasciare questo sorprendente paese e il suo sorridente popolo.

Adesso ho la consapevolezza che non sarà un addio, ma un arrivederci. Il mio desiderio di tornare è troppo forte. Già sogno di essere di nuovo qui. Come già mi è successo per altri posti.

Perchè i miei sogni hanno la forma del vento, del sole, e delle nuvole.

E adesso? come faremo a tornare indietro?- mi domando in questa piovosa sera di febbraio. Mi dondolo sull’amaca appesa al gigantesco tetto di bambù  e palma dell’ Utopia Eco resort e poi guardo Lore, Giulia e Fede. Anche loro si stanno rilassando sulle amache fissando l’intreccio di palme del soffitto. Chissà se stanno pensando la stessa cosa.

Siamo a Semuc Champey. Un paradiso terrestre nel cuore del Guatemala: un fiume sotterraneo che riaffiora in superficie per creare delle piscine naturali turchesi e smeraldo. Una specie di Eden.

Due giorni fa rivare fino a qui è stata un’impresa degna di nota. E Non ci siamo posti il problema che, se magari è stato difficile arrivare, sarà complicato anche ripartire. Ci siamo limitati semplicemente a rimanere a bocca aperta per il panorama  mozzafiato che si è presentato ai nostri occhi: completamente immersi nella natura, tra foreste, piantagioni di cacao, corsi d’acqua e qualche capanna disseminata qua e la’. Senza segnale e senza Wi-Fi.

Per due giorni ci siamo dimenticati del resto del mondo.

Ma il resto del mondo stasera è tornato a fare capolino, perché domani abbiamo in programma di ripartire, e viene spontaneo chiedersi come faremo nuovamente ad affrontare la strada per tornare indietro.

L’ennesimo tuono e ci guardiamo tutti un po’ preoccupati. Ne sono sicura, adesso stiamo pensando tutti la stessa cosa. Il giorno da queste parti c’è il sole, ma la notte piove a dirotto. Sarà per questo che qui è tutto verde e rigoglioso. Solo che tra stanotte e domani mattina non ci sarà un giorno di mezzo. Non ci sarà il sole ad asciugare la strada. E non ci saranno altre strade se non quella pista di terra e fango che abbiamo percorso due giorni fa per arrivare fino a qui. Dobbiamo affrontarla, in un modo o nell’altro. Se io e Giulia saremo di troppo con i nostri zainoni, chiederemo un passaggio fino a Lanquin con il primo pick up che passa. Magari Lore e Fede con meno peso riusciranno a tenere meglio le moto sul fango. In fin dei conti sono solo 15/17 km che ci separano non da una strada asfaltata, ma da una strada imbrecciata, che perlomeno ci permetterà di guidare in condizioni decenti. E’ solo questione di affrontare questi km, poi da Lanquin  sarà una passeggiata. Nella peggiore delle ipotesi potremmo caricare anche le moto su un pick up. Ma questa soluzione si rivelerebbe sicuramente più complicata. Speriamo di non averne bisogno.

Mentre andiamo a dormire nella capanna sotto una pioggia scrosciante, ci auguriamo con tutto il cuore che  non piova anche domani mattina.

I raggi del sole mattutino entrano dalla finestra priva di scuri, e i rumori della natura anche. Apro gli occhi. Come inizio non c’è male- penso. Perlomeno c’è il sole. Carichiamo le borse sulle moto che sono nel piazzale antistante la salita, o discesa a seconda dei punti di vista, che conduce all’ Utopia. Di sicuro questa, noi zavorrine, ce la dobbiamo fare a piedi. La salita ha una pendenza incredibile e anche se è in parte piastrellata con pietre, è scivolosa.

Mentre la percorro, mi rendo conto di quanto anche stamani sia difficile stare in piedi su queste pietre. Mi ritorna in mente l’impresa di due giorni fa e le parole che avevo appuntato sul mio diario la sera dell’impresa.

-Mai vista una strada così.Fango. Solo fango alternato a tratti di pietra scivolosa. Ormai alle pozzanghere non ci faccio neanche più caso. la moto va via di posteriore che è una meraviglia. La catena è intrisa di fango ed emette dei rumori metallici che preannunciano l’ennesima fuoriuscita. La situazione peggiora, sono sicura che se rimango anche io sulla moto scivoliamo. Preferisco andare a piedi. avere 70 kg meno, io e il Gigante Buono ( il mio fido zaino) aiuterà di sicuro Lore a tenere la moto in piedi. Giusto per questo tratto di strada. Poi, come se la strada finisse improvvisamente. ci affacciamo sul ciglio. Non è la fine della strada ma l’inizio di una discesa improponibile. Scendo di nuovo. Rischio di scivolare anche a piedi, tanto è il fango che ho sotto le scarpe. Ogni tanto butto un occhio a Lore che è davanti a me con la moto. Sta scendendo in prima. Il freno posteriore ce lo siamo giocati tutto stamani mattina. Eccoci: riusciamo ad arrivare tutti sani e salvi nel piazzale antistante la struttura Utopia. Già proprio un ‘Utopia questo posto. Uno dei luoghi più incredibili mai visti.-

Arrivati tutti in cima alla salita. Risaliamo  sulle moto. Pronti. Partiamo. Ma qualcosa non va. Lo sentiamo subito io e Lore. Sembra di pattinare su una pista intrisa di olio. La moto scivola di continuo e anche se Lore è abilissimo  a riprenderla più volte, alla fine vince lei. Perdiamo  l’equilibrio definitivamente e la moto si appoggia  sulla mulattiera scoscesa e fangosa. Non ci facciamo male io Lore, ma abbiamo il morale a terra. Come facciamo adesso??? Le gomme sono messe malissimo ed è veramente impossibile tenere su la moto. Io mi avvio a piedi. Lore rialza la moto e riparte. Lo vedo che scuote la testa con fare nervoso. Lo conosco fin troppo bene. Quando fa così c’è qualcosa che non va. E adesso è palese. Lo vedo scivolare e riprendere la moto Per più volte. Più  che una strada sembra una pista di ghiaccio. -non ce la farà- penso. Poi d’improvviso lo vedo andare più sicuro. Se prima a piedi avevo un’ andatura  più veloce della sua, adesso mi sta staccando notevolmente. Si gira e mi fa cenno di salire. E’ finita la pietraia scivolosa ed è iniziata la pista di fango. Perlomeno adesso le gomme non perdono di continuo aderenza. Adesso viaggiamo come quando siamo arrivati. Le capanne si fanno più fitte. Ci siamo. Eccoci a Lanquin. Un’  entrata in paese vittoriosa, con le mani alzate e un sorriso al cielo. Siamo felicissimi!!! Ci meritiamo tutti un bel caffè! Da adesso in poi sarà una passeggiata.

La tappa finale della giornata sarà Flores, una piccola cittadina sul lago Peten Itza. Probabilmente oggi sarà la tappa più lunga del viaggio. Da Lanquin proseguiamo. Per arrivare a Flores abbiamo due possibilità. O tornare indietro verso Coban e allungare di molto la strada, o andare avanti prendendo una specie di scorciatoia. Anche se il ragazzo dell’Utopia resort ce l’ha sconsigliata, decidiamo comunque di intraprendere questa strada. Ci farà risparmiare una settantina di km. Dopo quello che abbiamo vissuto in mattinata niente ci potrà più scoraggiare.

Ma ci sbagliamo.

Quelli che ci aspetta va oltre ogni più fervida immaginazione .

Dopo una quindicina di kilometri su una strada asfaltata nuova di zecca, inizia una strada a sterro che si trasforma in un sentiero di campo e che si snoda in una piantagione di mais. La grandezza della careggiata è veramente ridicola… a mala pena riuscirebbe a passare una macchina. Come ha fatto Google Map a segnalarla come strada per Flores??? Ma le sorprese non finiscono. Se pensavamo di aver affrontato il peggior tratto di strada questa mattina, ci sbagliavamo di grosso. La strada di campo adesso si allarga per trasformarsi in una sassicaia di pietre sconnesse e appuntite. Prima o poi bucheremo. Ne sono sicura. Ma non possiamo permettercelo. Siamo in mezzo a degli altipiani e c’è una capanna ogni 20 km. Trovare un pinchazo (il gommaio) sarebbe davvero dura. Dobbiamo procedere a 10 km orari per evitare che succeda il peggio. Ma a questa velocità la strada è davvero infinita. Non arriveremo mai. E non abbiamo idea per quanto chilometri ancora dobbiamo sopportare tutto questo. Non ce la facciamo davvero più. La stanchezza si fa sentire, i dolori per i continui sussulti e vibrazioni ci mettono ko. I nervi sono a fior di pelle. Adesso capisco perché il tipo del resort ci aveva sconsigliato questa strada. Se solo avessimo scelto l’altra! Non passa nessuno da qui. Siamo solo noi. E ogni tanto incrociamo qualche contadino a piedi con il machete.

Poi all’improvviso due uomini in mezzo alla strada. Tendono una fune per non lasciarci passare. Siamo obbligati a fermarci. Vogliono un dazio per poter passare da lì. Hanno una pala in mano e ci fanno capire che dobbiamo pagarli perché loro stanno lavorando per sistemare la strada. In realtà non stanno facendo un bel niente. E poi quella a loro sembrerebbe  una strada sistemata? Di sicuro è la più disastrata mai fatta in vita mia!Diciamo che aspettavano solo qualche mal capitato per poter pelare qualche soldo. In fin dei conti in questo posto dimenticato da Dio, uno le regole se le fa a modo suo. Una specie di anarchia. Tanto chi lo verrebbe a sapere? Ma hanno trovato le persone sbagliate. Non abbiamo intenzione di dare niente a questi due loschi tipi. Li incitiamo più volte a tirar giù la fune. Ma niente. È un duro braccio di ferro. Alla fine acceleriamo e partiamo e loro non possono fare altro che mollare la fune per non cadere. Proseguiamo, turbati dall’accaduto. Forse abbiamo rischiato un po’ troppo per qualche spicciolo. Potevano avere un machete anche loro da qualche parte. Ci è andata bene.

Improvvisamente, quando ormai non ci speriamo più, ecco la sorpresa più bella della giornata: l’inizio di una strada asfaltata!  Di nuovo le braccia al cielo!!! Ce l’abbiamo fatta!! Siamo troppo felici…. canto da sotto il casco per la gioia! Adesso il peggio è davvero passato! Un centinaio di km su asfalto e saremo a Flores! Vorrei piangere per la gioia.

Davanti ai nostri occhi sfilano paesaggi diversi. Dalla foresta siamo passati all’altopiano, e adesso siamo scesi in pianura. Alberi con dei bellissimi fiori rosa si susseguono chilometro dopo chilometro. Viaggiamo ad 80 km/h e devo dire che oggi proprio non ci sono abituata a questa velocità. Che strano però, stiamo andando un po’ forte, ma comunque Fede e Giulia dovrebbero tenere il nostro passo. Teniamo d’occhio lo specchietto retrovisore. Ma non c’è traccia di loro. Non ci resta che tornare  indietro per cercarli.

Oh no! Non ci posso credere!! Hanno bucato nuovamente la gomma posteriore, quella che li aveva lasciati a piedi anche due giorni prima!! L’ultimo paese lasciato alle spalle è a 15 km ed il prossimo a 25 km!! Non possiamo spingerla come abbiamo fatto l’ultima volta quando il Pinchazo era a solo due km da noi…. Dovremmo smontare la ruota , così che Lore la possa caricare sulla sua moto e portarla all’ ultimo villaggio passato. Ma ci manca proprio la benedetta chiave del 13 quella che serve per smontare la ruota e per rimettere la catena che fuoriesce di continuo alla moto mia e di Lore! Insomma senza chiave non si può fare niente. Io e Lore risaliamo in moto. Torniamo indietro per cercare aiuto. Troviamo la guardia forestale, spieghiamo la situazione e poi chiediamo se ci possono aiutare. Nada. Non riescono proprio ad aiutarci. Un tizio lì vicino che ha sentito tutto, dice di conoscere un Pinchazo che sta proprio da queste parti. Lo chiamerà, così che potrà venire a soccorrerci dove si è fermata la moto.

Ritorniamo dai nostri compagni di viaggio con la bella notizia. Aspettiamo speranzosi. 5, 10,15 minuti. Ma del Pinchazo neanche l’ombra. In compenso ci sono delle nuvole minacciose all’orizzonte.

Poi uno scooter tutto scassato ad una velocità ridicola rallenta ulteriormente e si ferma.  Ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Forse è lui il Pinchazo che ha chiamato il signore. Ed invece no. Dice di non fare il gommista  di mestiere. Beh…… al diavolo il pinchazo!!! -Si! Abbiamo bisogno di aiuto… ce la trovi una chiave del 13????-

Non ci possiamo credere…. ha davvero una chiave del 13 nel suo scooter sgangherato che si chiama Crypton!!! Finalmente una buona notizia! Iniziano così a smontare la gomma sul ciglio della strada. Il nostro uomo della chiavetta del 13,mandato probabilmente dalla divina provvidenza, si prende in braccio la ruota e sale sulla moto con Lore per tornare all’ ultimo paese e cercare un pinchazo. Non possono prendere Crypton perché è scassato e va troppo troppo piano. E poi Lore è un po’ il mio supereroe. Meglio che stia lontano dalla criptonite….

Questa lunga e dura giornata sembra non volerci dare tregua. Io, Giulia e Fede Siamo accanto alla moto ad aspettare Lore e l’Uomo della chiave del 13. Siamo su una strada deserta che attraversa una pianura interminabile di campi. A differenza di prima qua non c’è un albero, un cartello, niente. Aspettiamo. Improvvisamente la minaccia delle nuvole nere non è più solo una minaccia. Ma diventa realtà. Si abbatte su di noi un temporale intensissimo, che dura una decina di minuti. Non possiamo fare niente. Se non abbassare la testa e prendere tutta l’acqua a scroscio che cade. Non so se ridere o se piangere. È tutto così assurdo: sto abbracciando il Gigante Buono per evitare che la pioggia possa penetrarvi dentro e rovinare la mia Canon, mentre decine di secchiate d’acqua si stanno rovesciando su di me, in questo luogo sperduto e dimenticato del Guatemala.

Altri 10 minuti e tornano il sole e Lorenzo. Arrivano così L’ arcobaleno e la ruota sistemata. Rimontiamo e ripartiamo. Grazie signore della chiave del 13, e grazie Crypton per aver condotto il tuo padrone da noi.

Il sole che è uscito non basta ad asciugarci. Ormai si è fatto tardi e la notte sta prendendo il sopravvento. Guidare sulle strade guatemalteche di sera è davvero impegnativo e rischioso: non c’è illuminazione, il manto stradale è disconnesso e pieno di buche, e loro non guidano certo come Senna. La giornata è stata impegnativa e non ci ha risparmiato affatto. Prima che succeda ancora qualcos altro, decidiamo di fermarci nel primo paese che incontreremo. Mancano 40 km a Flores, ma da queste parti 40 km si percorrono in un’infinità di tempo.

Il paese che incrociamo è un paesino anonimo,  polveroso e frequentato da commercianti e camionisti . Vediamo un albergo. Non è un gran che…. anzi l’aspetto non è per niente invitante…. ma da queste parti non c’è molto da scegliere. Camminiamo per strada per cercare qualcosa per cenare e notiamo lucchetti e catene importanti ad ogni porta. Addirittura ai citofoni. Non è molto sollevante, considerando il fatto che in giro a parte noi e due ubriachi non c’è nessun altro, ed il paese è completamente al buio… mangiamo velocemente delle Fajitas in una bancarella e torniamo in hotel. Prima di andare a letto ci mettiamo a sedere sui divani nel corridoio delle camere, per fare un briefing della stramba giornata. Passano degli uomini, che non hanno un fare proprio raccomandabile. Hanno le camere accanto alle nostre. Entrano ed escono di continuo dalle loro stanze. Lore e Federico vengono distratti da loro. Seguo il loro sguardo per capire cosa stanno fissando.

Oh mamma!!!! Questi uomini sono armati di kalasnikov e pistole!!!!

Ne arrivano altri. Capiamo che sono camionisti. Forse sono armati per difendersi dagli assalti che possono accadere sulla strada.

Bene.

Direi che è giunta l’ora di mettere fine a questa pazzesca giornata andando a dormire. Non sarà certo facile prendere sonno sapendo che il mio vicino di stanza è armato manco fosse in guerra.

Però una volta che riuscirò a prendere sonno, non vorrò essere disturbata fino a domani mattina.

Quindi per evitare qualsiasi intoppo e variazione di programma, sposterò il pesante divano che abbiamo in camera davanti alla porta della stanza.

Così. Giusto per evitare altri imprevisti.

Buonanotte.

 

 

La settimana scorsa ho avuto un incontro davvero carino. Quelle cose che capitano per caso, e dalla quale magari nasce qualcosa di bello.

Stavo lavorando nel mio negozio in centro, e come spesso accade di questo periodo, entra una ragazza orientale. Turista, certamente. Con i suoi occhialoni  scuri alla Audrey Hepburn, ed il cappello da diva in vacanza in costiera amalfitana, mi fa un sorriso a trentasei denti, e con un inglese impeccabile mi chiede se può dare un occhiata al negozio. -Certamente- dico io. Poi penso che sarà  una delle  tante turiste…. passeggerà  su e giù per la bottega scuriosando, facendo foto, facendo i complimenti per quanto è bello ed elegante il negozio… ed uscirà con un sorriso in bocca pronunciando un “arrivederci” alla Stanlio e Ollio, senza comprare niente. Routine.

Ed invece no.

Mi spiazza.

Solo un’occhiata alla vetrina di pochi secondi  e poi improvvisamente tira fuori dalla sua borsa un’ iPhone e un carica batteria. Me lo porge con due mani e mi chiede sempre con il suo inglese perfetto: -me lo puoi caricare per favore? Ed hai una pizza con il salame?-

Ehiiii! Direi che è la tua giornata fortunata!-penso.-Certo che ti metto in carica il telefono- ci mancherebbe che non aiuti un viaggiatore!! Ed ho anche la pizza con il salame!! E questo ha davvero dell’incredibile!!

Così le passo la pizza e si siede. Poi vede le piccole botti di vino, e mI chiede se ne può avere un bicchiere. Mi avvicino  a lei e le servo il vino con un gran sorriso. La ragazza dal cappello grande a pelle mi sta davvero simpatica… e chi  mi conosce già sa cosa sto per fare…

… sì, non resisto…sto per attaccarle bottone.

Il primo passo da fare per iniziare a conversare è  chiederle da dove  viene.

Cina, mi risponde. Wowww!! -Parli davvero bene inglese -(per essere cinese, vorrei aggiungere). Già, parla bene inglese perché lavora a Dubai. Così le chiedo da che parte della Cina proviene. Sichuan mi dice…. -ma sono appena stata l’anno scorso in Sichuan!!- E così tra risate, Wowww e “reallyyyyyy?” e anche qualche cliente che devo servire, continuiamo la nostra conversazione, parlando di panda, cibo e viaggi. Starei molto volentieri a conversare con lei… ma il dovere mi chiama. Lei entra e esce dal negozio per fumare e ogni volta mi dice che è  “soooo glad” di essere entrata in questo negozio e di avermi conosciuto. È giunto il momento di salutarci. Deve andare a prendere l’autobus per Pienza. Le riconsegno il telefono ormai sufficientemente carico, ci scambiamo i contatti e la saluto con affetto. Lei esce tutta felice.

Cinque minuti e rientra.

Triste però.

Ha mancato per due ore l’autobus per Pienza.   ( effettivamente mi sembrava strano che alle 18.30 Siena avesse dei collegamenti per quelle zone!). E ha già l’hotel prenotato. Perderebbe tutto.

Ma la ragazza orientale con gli occhiali alla Audrey Hepburn oggi è davvero fortunata. Non solo ha trovato la pizza con il salame, ma non sa che si trova di fronte ad un inguaribile wanderlust che mai lascerebbe nei guai qualcuno che sta viaggiando. Sempre che sia qualcuno di affidabile logicamente. E questo è proprio quel caso. Così le propongo la mia soluzione. Venire a cena a casa mia, che avevo già programmato una pizzata con famiglia e amici. Poi dopo cena l’avremmo  accompagnata a Pienza.

Accetta felicissima. Non può credere alle sue orecchie. Non la smette di ringraziarmi.

Così trascorriamo la serata con lei. Scopriamo che è una hostess degli Emirates, e ci racconta così tanti aneddoti sul suo lavoro, che rimaniamo incantati ad ascoltare. Tra risate e racconti di viaggio trascorre la serata. Una serata carina e indimenticabile.

Per svariati motivi.

Il primo perché ho conosciuto May, una ragazza simpatica, solare e amorevole.

Poi perché sono orgogliosa di me e della mia famiglia che abbiamo aiutato e accolto con calore una viaggiatrice.

Una volta si aiuta, un’altra volta si è aiutati. Mi era già successo con una coppia brasiliana. Cercavano un campeggio. Abbiamo cenato insieme e poi li abbiamo portati al campeggio. Una volta siamo stati aiutati noi in Vietnam da dei ragazzi del posto. Furono veramente carini. La mattina seguente ci portarono a  a fare colazione con i noodles in brodo più buoni di sempre. Tutta  gente con la quale siamo ancora in contatto. È come una grande comunita’ quella dei viaggiatori. Ed è bellissimo. È bello avere un senso di appartenenza ad un gruppo esteso al mondo intero. È bello che qualcuno riesca a capirti e ad aiutarti per la difficoltà che hai.

Insomma per l’ennesima volta ho avuto la prova di quanto viaggiare apra la mente ed il cuore. E apra la tua vita a persone ed eventi del tutto eccezionali.

#ontheroad #neverstop

E te di che guida sei?

Di cosa non posso fare a meno in viaggio?

Di lei.

Proprio no ce la faccio a partire senza. Sarebbe come andare senza passaporto.  Impensabile.

Non posso negare di non averla tradita però in passato, avendo preferito altre a lei. Anzi per essere precisi, non tante. Una. Solo un’altra per tre volte. Non per giustificarmi, ma in fondo dei conti ero davvero giovane, tipo 17/18 anni. E a quell’età si sa, di stupidaggini se ne fanno tante. Dovevo partire per la Svezia. Ero sempre indecisa, -lei o l’altra? – mi chiedevo. Poiché, come avrete capito, sono una persona molto decisa e sicura di me, mi sono lasciata influenzare dall’ opinione pubblica. Così che, titubante ma forte dell’appoggio altrui, scelsi l’altra. Va da se’ che per le due volte successive, Danimarca e Spagna, sono stata recidiva. Vogliamo incolpare gli altri? Perché no… in fin dei conti gli altri lo sanno che sono altamente influenzabile…ma una piccola parte di colpa me la voglio prendere anche io: quella è un’età un po’ bislacca, magari spendevo 200 mila lire per un top firmato  ma quando viaggiavo volevo essere assolutamente in economy. Quindi, lungi ancora dal capire che i viaggi mi avrebbero regalato e riempito di più di un qualsiasi capo di abbigliamento firmato, dovevo trovare un modo per permettermi entrambe le cose. Cosí, tornando a noi, mi sembrava che portare l’altra in viaggio mi facesse risparmiare qualcosa in più.

Gli anni passarono. A 21 anni mi apprestavo a fare il mio primo viaggio fuori dal continente. Kenya per la precisione. E decisi di cambiare compagna di viaggio. Andai in libreria, e dopo un approfondito studio della cosa, la scelsi.

Anzi. Fu lei a scegliermi. Perché stava  proprio davanti a me con quella sua foto di copertina che non poteva non catturare la mia attenzione. Era come se mi facesse occhiolino e mi dicesse: dai… prendimi e sfogliami… che aspetti a portarmi in viaggio con te?

Fu così che iniziò la nostra storia. Quella tra me e la Lonely Planet. Il Kenya sarebbe stato il primo viaggio insieme. E fu amore subito. Da lì nessuno ci avrebbe più diviso.

Cosa mi conquistò?

Prima di tutto l’immagine di copertina. Le Lonely hanno immagini di copertina da urlo. Tanto è vero che ogni volta un wanderlust ambisce a fare foto fighe da copertina Lonely. Giusto per farvi capire il calibro della cosa. Poi ci sono degli inserti, degli speciali e degli approfondimenti su alcuni argomenti che riguardano il paese. Tipo safari o immersioni, trekking o cucina, fauna o siti archeologici particolarmente importanti. All’ inizio di ogni Lonely Planet, c’è sempre la cartina del paese con evidenziati i posti che meritano assolutamente una visita, e una brevissima spiegazione del perché la meritano. Sono i luoghi scelti dagli autori, per rendere unico il viaggio. Questa cartina è di fondamentale importanza perché una volta vista, si riesce a visualizzare l’ itinerario  da affrontare e i posti da vedere. Segue poi un inserto di una classifica delle cose da non perdere, esperienze straordinarie con tanto di foto e descrizioni accattivanti. Inoltre si ha la possibilità di personalizzare il viaggio a seconda dei propri interessi. In un inserto vengono elencati e brevemente descritti i posti da non perdere a seconda della vostra passione. E cosa di non secondaria importanza, vi sono elencate le ricorrenze e le festività mese per mese. In modo che sappiamo cosa ci aspetta quando arriviamo in quel posto in un determinato periodo dell’anno.  E vogliamo parlare del fantastico Frasario e glossario che si trova in fondo alla guida? Super utile se vi trovate in posti come Cina o Giappone dove nessuno parla inglese.

Insomma i motivi per la quale decisi di iniziare questa relazione con la Lonely Planet furono più di uno come avete visto…

Mi sono sempre trovata benissimo con lei,   E credo che non cambierò più. Il suo lavoro è insostituibile. Siamo ormai  una coppia affiatata e ben collaudata. Non la lascio mai sola e la porto sempre con me anche a costo di tenerla in mano…

Solo una volta l’ho lasciata a casa da quel febbraio 2004 del viaggio in Kenya. E mi sono trovata malissimo. Non lo farò mai più.

Non ci saranno più Routard, o Rough, o Touring Club.

 

Solo e sempre la mia fida compagna Lonely Planet.

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Quando visitiamo l’America, di solito intraprendiamo itinerari abbastanza ordinari. Voglio dire, se scegliete la East Coast, andrete probabilmente da New York a Miami passando per Orlando o Atlantic City. Oppure per la West Coast opterete per San Francisco e dintorni, ed i parchi. O addirittura il -coast to coast-, il meglio delle due coste. Quanti di voi invece, per esempio sono stati nel Maine, o nel Mississippi o in Louisiana?

Ci sono luoghi fuori dalle ordinarie mete turistiche che meritano davvero un viaggio. Solo che spesso non abbiamo tempo di approfondire e preferiamo dedicarci solo alle cose top, quelle ultra famose che si vedono nelle pubblicità e nei film. Quelle che fanno morire di invidia il nostro interlocutore quando gli raccontiamo cosa abbiamo visitato.

Concedersi mete più ricercate è una cosa da amanti del genere. È una decisione che prendono le persone che vogliono andare fuori dalle righe per vivere esperienze più autentiche.

E’ stato il mio caso, quando ho deciso di visitare il Massachusetts, con Boston in prima linea e a seguire le perle sull’oceano Atlantico: Cape Cod, Martha’s Vineyard e Nantucket.

Mai sentito parlare di questi posti?

Beh, allora è giunto il momento che voi ne sappiate di più!

Il mio obbiettivo?

Oltre a farvi conoscere questi sconosciuti, vorrei mettervi un po’ di curiosità addosso, in modo che quando vi troverete ad organizzare il prossimo viaggio in direzione Stati Uniti, prendiate magari in considerazione una deviazione da queste parti.

Partiamo da Boston: la più europea tra le città americane. Quella dove si respira un’aria frizzante e giovane, nonostante sia una delle città più antiche d’America. La città dove è stato girato The Departed, Ted, Will Hunting, Cheers e Andy Mcbeal. Giusto per citarne alcuni. La città dei Red Socks,del MIT e di Harvard. Quella dove è nata la rivoluzione che ha dato vita agli Stati Uniti. Una città da vivere a piedi per ripercorrere la storia americana e immergersi nei verdi parchi che solo alcune città sanno offrire.  Una città americana a misura d’uomo che ha saputo accogliere ed inglobare omogeneamente le comunità di immigrati approdate nella prima metà del secolo scorso. E come non concedersi anche un tour culinario partendo dal vivace mercato e finendo magari all’ Union Oyster House? Si tratta del ristorante più antico d’America che vi delizierà con lobster e scallops. Imperdibile.

Eccoci adesso a Cape Cod: una penisola che ricorda la coda di uno scorpione e che caratterizza in maniera inequivocabile la costa del Massachusetts. Nella penisola si incontrano  una serie di pittoreschi villaggi costituiti da tipiche villette  americane in legno di un malinconico e dolce celeste. Tutte perfettamente tenute, con verdi pratini da fare invidia agli inglesi, e con l’immancabile bandiera americana appesa sopra lo stipite della porta. Tutto curato maniacalmente. Ed il mare. Dai colori caraibici ma dalle temperature atlantiche. Vi nuotano crostacei preistorici, branchi di megattere e foche. Una vera sorpresa! E la costa sabbiosa caratterizzata in alcuni tratti da dune di sabbia a ridosso della costa, una costa disseminata di pittoreschi e fotogenici fari. Insomma se questo luogo è diventato il posto preferito di villeggiatura dei presidenti americani un motivo ci sarà! Già, perchè il primo presidente a dare inizio a questa moda fu Kennedy, che proprio nel paese di Hyannis aveva trovato il suo rifugio di pace. Seguito poi dai Clinton e da Obama. Così in questi 100 km di costa potrete assaporare l’atmosfera di un’America raffinata ma anche festaiola, passando appunto da Sandwich, a Woods Hole e Hyannis, da Chatham a Wellfleet terminando proprio a Provincetown, dove oltre a godervi la briosa atmosfera, non potrete fare a meno di notare qualcosa di familiare (specialmente per noi senesi)! Assolutamente da fare Whale watching da queste parti, avvistamenti straordinari garantiti! Dimenticavo!! Se passate per Woods Hole, non andate via senza aver provato la migliore bakery della zona…. -Pie in the sky-. Il nome è una garanzia.

Da molti dei villaggi di Cap Cod, partono imbarcazioni per le isole, tra cui Nantucket e Martha’s Vineyard .

Partiamo da Nantucket. Come dice la Lonely Planet, non c’è bisogno di essere milionari per andare sull’isola, ma di certo questo non guasta… l’isola è un gioiello nell’Atlantico ed è l’unica città statunitense ad essere dichiarata nella sua interezza  national Historic Landmark. E passeggiando tra le viuzze acciottolate della città, si capisce bene il perché. Respirerete un’ atmosfera di altri tempi e realizzerete che non c’è altro posto dove vorreste stare in quel momento. Con una bici si può arrivare all’ altro pittoresco centro abitato dell’isola: Siasconset, caratterizzato da eleganti Villette. Spiagge e fari faranno da cornice alla vostra passeggiata e con la mente tornerete ai tempi in cui quest’isola viveva un periodo di massimo splendore grazie alla sua più grande flotta di baleniere del mondo. Dopo il declino della caccia alle balene l’isola conobbe un periodo buio e di abbandono, fino a quando gli aristocratici e l’alta borghesia l’hanno fatta tornare in auge come metà del turismo d’élite. Così che, anche  oggi possiamo godere delle bellezze di questa raffinata isola.

Martha’s Vineyard ha altrettanto fascino. Non ha niente da invidiare alla sua vicina. Anche se non ha avuto un passato illustre come quello di Nantucket, ha comunque tanto da offrire. Sarà per questo che Jacqueline Kennedy ha sempre desiderato una casetta su quest’isola pittoresca.Set cinematografico, Spielberg l’ha scelta come set dello Squalo, e rifugio di artisti e presidenti, l’isola a sud di Boston affascina per le sue casette colorate e villaggi fiabeschi, per i fotogenici fari ed il clima mite anche d’estate. Senza dimenticare l’ottima cucina, la raffinata atmosfera dei locali serali e la natura. Si gira in bici, o a bordo di bus rosa che raggiungono i due principali centri dell’isola: Oak bluffs, principale porto e caratteristico paesino con i deliziosi cottage color pastello e una splendida giostra d’altri tempi. Ed Edgartown, aristocratico centro con eleganti ristorantini. Non dimenticate di assaggiare il fudge e la zuppa di molluschi giganti. Delizie per il palato…

Che dite? Ce l’ho fatta stuzzicare il vostro interesse??

 

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